L’apparenza non si decifra, solo il segno si decifra

Gli scontri in piazza sono simboli.

L’antisessismo del movimento è apparenza.

Picchiare i fascisti è reale.

Bruciare le macchine è reale e simbolico al tempo stesso, ma in una città come Roma significa poco.

I centri sociali sono simbolici e reali. Cosa vogliano dire devono spiegarlo le persone che li vivono, le persone che li attraversano, le persone che combattono perché ci siano e quelle che combattono perché non ci siano.

Il sesso è simbolico. I ruoli sono simbolici.

Le lingue sono reali. Lo sperma è reale. Le gravidanze sono reali.

Gravidanza è una parola, insieme di segni, che deriva da “gravare”, “pesare”.

L’amore è simbolico, ma a volte è anche reale.

La lotta è simbolica, ma a volte è anche reale.

L’educazione è reale. La maleducazione di più.

Le religioni sono simboli che uniscono. Le fedi politiche, spesso, anche.

I simboli servono a comunicare. Il segno si decifra, l’apparenza non si decifra assolutamente.

http://www.youtube.com/watch?v=mv4aUVt73Fc

Simbolicamente, vorrei delle coccole.

La precarietà relazionale è proprio una brutta bestia.

La flessibilità relazionale è una figata.

Cambiato il segno, cambia il significato.

vogliotuttolovogliooralovoglioanchesenzailgiardinodelre

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Sformatino invernale (vegan)

Mi sono ispirata a questa.

Ho messo a bollire broccoli (verdi) e ho fatto un buon soffritto di cipolla, carota e zucchina.

Ho preparato una besciamelle semplice semplice con latte di soya e farina, con un po’ di sale, pepe e noce moscata. Ci sarebbe stata bene la margarina ma non la avevo.

Ho unito le verdure, che nel frattempo avevo messo tutte insieme in padella, per far prendere un po’ di sapore anche ai broccoli, alla besciamelle.

Ho messo in una teglia e cosparso di pan grattato.

Dopo qualche minuto in forno lo sformatino era pronto, un filo d’olio a crudo e via.

Volendo ci si potevano aggiungere patate o pasta…

Unica difficoltà: far asciugare al punto giusto le verdure, altrimenti in forno si bolliscono nel proprio brodo.

Anche la madre ha apprezzato, quindi penso che sia riproponibile 😉

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Sono una 3G

Io sono una 3G (nel senso di terza generazione di migranti).

Sono una 3G anche se biascico romano.

Avete presente quando mi hanno dato della austriaca, dell’olandese, della francese, mi hanno creduta belga perché in presenza di un belga e degli afghani non volevano credere che non fossi romana, ma mi facevano rumena?

Era perché sono una 3G.

Sono una 3G anche se non me lo ricordo mai e mi sento più romana del Colosseo.

Sono una 3G perché i miei nonni hanno fatto le valigie di cartone, negli anni ’50, e sono fuggiti dallo stalinismo.

Sono una 3G perché mio zio è nato in Ungheria, mio padre è cresciuto nell’allora periferia della mia città ed è stato messo in un cassetto perché non aveva un letto (e in effetti non lo ha mai avuto, visto che lo hanno costretto sempre a un divano letto, i suoi genitori).

Sono una 3G ma non so dire nemmeno le vocali nella lingua materna di mio padre.

Sono una 3G ma non ho mai visto tutti i posti in cui sono finiti i miei parenti. Fuggiti alcuni dal nazismo, altri dagli americani, altri ancora dagli stalinisti.

Sono una 3G e non vanto natali partigiani. Anzi.

Sono una 3G però ogni tanto sono un po’ razzista.

Sono una 3G. La politica di integrazione ha disintegrato la mia cultura d’origine. Sarebbe stato bello conservarne memoria, senza rimanere semplicemente affascinata di fronte a librerie per me criptiche. Se mio nonno avesse parlato di più, sarebbe stato bello saperne qualcosa. Rimangono i deliri di mia nonna, tra finzione e verità, come in un dipinto di Chagall*.

Mi accontenterò.

* il cui dipinto (“Passeggiata”) campeggia in alto. Pittore ebreo, chissà che ne penserebbero le mie origini conformisticamente antisemitiche…

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We want sex!

Inizio d’anno (auguri a tutt!), con un post su un bel film, che poco ha a che fare col suo titolo (anche se io il sex lo voglio, eh!).

Un film su una lotta di genere, una lotta delle donne, che ha prodotto risultati trasversali alle classi, anche se è stata una lotta di classe. Le 187 operaie della Ford con uno sciopero riuscirono a bloccare le industrie britanniche e far cambiare le leggi sui salari a tutto il regno (stabilendo la parità retributiva per uomini e donne).

Un film tenero, perché per quanto romanzato e anche ironico, ha posto nella famiglia un luogo di scontro ma anche di sostegno. Perché nonostante le difficoltà è anche quello territorio di battaglia, una battaglia che però si può vincere.

(mica possiamo pensare che siano tutti dei decerebrati maneschi gli uomini, no?).

Beh, se un film ha un bel tema, svolto in maniera carina, un’ottima colonna sonora…direi che si può dire un bel film, consiglio a tutte e tutti la sua visione, anche visto l’anno (difficile) che ci attende, perché mette di buon umore.

Tanto per ricordare che le lotte non finiscono mai…un articolo dal Sole 24ore che illustra come stiamo messe oggi, cioè non bene. Fortuna che essendo dequalificate con la crisi almeno non siamo noi a perdere il posto di lavoro (che magra consolazione!).

Già che ci siamo, sempre sul lavoro, documentario sulla Fiat di insutv.

Buon anno, buone lotte, e speriamo che sia vero, che “you can get it if you really want”!

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Tanti auguri

Vorrei scrivere di come mi sento, di quanto ora pensi che sia importante parlare di come un’onda in due anni si sia trasformata in uno Tsunami.

Vorrei parlare di quando sono andata a l’Aquila e della rabbia e delle lacrime che ricacciavo indietro guardando le macerie. Uno studentato che sembra crollato da due ore, la morte di Erasmus, minorenni e no, sono ancora stampate sulla presa in giro atroce delle reti metalliche, con sopra scritto che i lavori ci saranno e i luoghi ed edifici sono sottoposti a sequestro giudiziario. Mentre un albero di limoni campeggiava pieno di giallo sopra un’altra palazzina, anch’essa non ricostruita, morta, rapita dallo Stato.

Vorrei parlare delle lotte fatte in Regione, contro la Polverini e la sua marmaglia fasciocattolica, lotte represse sotto i manganelli della polizia, che vessava chi era salito sulle impalcature, ultima prova di resistenza contro chi ci vuol comandare.

Vorrei parlare di quanto mi fa schifo che si parli di buoni e cattivi: la lotta è legittima, in qualsiasi maniera. Scenari da guerriglia urbana di quei livelli il 14 non me li aspettavo, ma ci sono stati e sono stati bene lì. Mi fanno schifo quelli che si mettono su un piedistallo, vorrebbero dare il proprio senso (unico) alle lotte, quando invece c’era una piazza colorata, una piazza coperta, una piazza che comunque ha osannato le camionette che prendevano fuoco.

Vorrei parlare di politica parlamentare: di quanto ormai non significhi più di un supermercato in cui l’acquirente d’Italia, un’Italia svenduta, si compra “onorevoli” (onorevoli ar cazzo).

Vorrei parlare delle mie paure, di pensare che il futuro chissà come sarà, in questo paese in cui non c’è garanzia per nessun@, in cui andiamo a fare l’amore senza possibilità di resa, in cui non c’è pensione che ci attenda.

Invece alla fine penso che il gran salto di qualità, rispetto ai nostri padri e nonni (e madri e nonne, e sorelle maggiori) sia proprio che il futuro è qui e comincia adesso. L’escatologismo della “rivoluzione domani” è stata sostituita dalla rivoluzione ora, sperando che non finisca, come avrebbe detto degli anabattisti il mio professore di Storia Moderna con un certo compiacimento e godimento nel dirlo, in “un’orgia di sesso e sangue” (o se deve esserlo che lo sia consensualmente!). Forse è questo che dovremmo cercare, una progettualità che sia sempre più vicina al presente, cambiare qui e adesso tutto, in primis noi.

Quindi tanti auguri!

http://www.youtube.com/watch?v=iogxxUlcdlo

(speriamo che il fomento non diventi frustrazione nel giro di una vacanza natalizia!)

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Guardiamoci negli occhi

Basta uno sguardo, a volte, l’unica parte a comunicarci e dirci chi siamo.

La gola incastrata dai lacrimogeni, la lingua amara, la rabbia nelle braccia, il casco sulla testa.

“Piano, piano” incordonati urlanti trattenenti disperazioni e paure.

Tutta la rabbia nell’altro senso, a volte mal direzionata (i cojoni dovrebbero rimanere a casa), ma tanto spesso così ben mirata: vedere una camionetta avvampare non ha prezzo.

Dentro i palazzi del potere, irraggiungibili e inarrivabili, si dava il proprio assenso a un governo che ci ha dato leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri, pacchetti sicurezza che mandano nei lager chiamati C.I.E. migranti, che manganella e controlla i terremotati.

Fuori, dicevamo che non ce ne frega una emerita minchia delle loro decisioni, la sfiducia l’abbiamo data in coro, colorate e neri, grigie e di tutte le altre sfumature.

Io mi sono innamorata di due occhi azzurri che mi tenevano per mano, incontrarsi casualmente e tenersi in piedi mentre sotto il suolo spariva, pressati come eravamo dalle persone intorno.

Avere paura della riuscita mediatica, della perdita dei percorsi.

Scoprire che erano 50 i fermi, chissà quanti i feriti.

Camminare ancora, a lungo.

Amare i propri amici perché si fanno i problemi (chissà se quelli meno politicizzati avevano capito…) e sentirsi in colpa per eventuali situazioni spiacevoli.

Amare i propri amici e le proprie amiche, perché niente era giusto o sbagliato, c’erano solo metodi diversi.

Sono una fifona, che non sa stare in piazza, ma oggi sono cresciuta un po’, cordone dopo cordone.

E che bella Roma, col rosso di sera!


Foto di Tano d’Amico e da Repubblica.

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La mia patata

La mia patata è importante.

Chi pensa che la mia patata sia più governabile di un pene si sbaglia di grosso, se mi ritrovo a intrufolarmi in sacchi a pelo casuali durante le occupazioni, pur di non farla sentire sola.

La mia patata l’ho vista intera tardi, ma prima di diventare una teen. E poi ho smesso di guardarla, pensando fosse sempre uguale, invece è cambiata, si è adattata a dita, mani, peni, giochi. Ogni tanto è importante ricontrollare.

Prima di vederla, la mia patata era solo la mia clitoride.

La mia clitoride piccola e bella, la toccavo e non sapevo se quello che provavo fosse stare male o stare bene e poi ho capito che quasi morire in un sospiro era così bello. Così bello che poi i sospiri sono diventati mille e poi sono diventati gridolini e parole al vento.

Poi quando riesci a coinvolgerla tutta, dentro fuori intorno buco del culo compreso, e vieni, ti sembra proprio che potresti essere fatta fuori lì per lì. Tanto chissenefrega.

La mia patata è bella perché ha le fossette ai lati, mi piacerebbe a volte raderla, ma perde troppo in estetica. La mia patata è bella perché ha le labbra morbide che un po’ fuoriescono. La mia patata è bella soprattutto perché è piena di piacevolezze, di odori, morbidezze, amore.

La mia patata è bella, ma vorrei che ci fossero termini più belli per chiamarla: vagina suona ostetrico, patata suona infantile, figa forse è meglio, ma ha un altro immaginario. Vorrei un termine pulito, morbido e profumato, tipo che ne so, taffetà, ma forse sarebbe troppo radical chic-patinato.

Ma in ogni caso: viva la patata!

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Cose mejo

Quando ero più giovane di adesso, quasi piccola direi, ma già un po’ impegnata, altalenante tra numerose esperienze (buone o pessime, abitudine che non ho mai perso), rimasi estasiata da un articolo.

Questo articolo (l’ultimo in fondo alla pagina). Pensai che era proprio una figata fare politica così, divertimento, colore, azione, ciak si gira.

Devo anche a quell’articolo, trovarmi ora nella valle di lacrime in cui mi trovo, pensare che sia necessario ancora renderla un posto migliore…magari mi toccherebbe darmi agli orti urbani! Intanto metto qui tre video belli belli, due di ieri e uno di oggi, giusto per ricordarci come si fa.

Flash Mob

Promo

“Speri ancora mi sembra l’anagramma definitivo sia per San Precario che per Serpica Naro.

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Oh my Goddess!!!

Ho occupato la MIA Facoltà.

Ho dormito nel MIO dipartimento di Storia.

Ho partecipato a un corteo bello, per una volta, in cui prodi lanciatori si sono adoperati (sprecando ottime frittate: peccato!)  a sottolineare quanto le fondazioni private e le scuole di eccellenza ci facciano schifo (anzi, schiffo, come direbbe Laia).

Rispetto all’Onda tanta qualità e manco troppa meno quantità. Blocchi per le città, ricercatorici che dànno valore aggiunto alla protesta (chissà se un giorno cambierò sponda così pure io…), alcuni dei quali avvistati anche a sbevazzare nella Facoltà piena di fumo, ammore (ma quello negli angoli bui), coatti (aò semo de Roma, ce ne stanno un po’), musica anni ’90 (demmerda).  Pure la guardia notturna che c’avevano spedito a controllarci era contenta di farsi lo straordinario e se l’è risa per tutta la notte, guardandoci con tenerezza prendere in giro chi entrava.

La distruzione Gelmini si avvicina, manca solo l’approvazione al Senato, sempre che questo governo  (con la g minuscolissima) ancora meno aderente alla realtà, alla politica e (spero) anche alla gente, non crolli. Noi però si fa il possibile per fermarla, e grazie a un paio di contingenze (sciopero delle metro e la compagna Pioggia, che sempre ci accompagna), oggi abbiamo bloccato veramente la città. E non è una città piccola, signore e signori.

Interrompi il flusso, ricomincia a pensare!

(e io il flusso mestruale in ‘sto momento lo interromperei volentieri!)

A ‘sto giro linko la protesta nazionale su indymedia.

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Grigiumi d’Autunno

E’ un po’ che vorrei scrivere due righe sul movimento.

In passato l’ho fatto, e sono stata troppo dura. Più recentemente, ho forse trapelato un ottimismo eccessivo (più per spirito di antagonismo che altro). Forse dietro il cinismo in cui mi maschero, sono una facilmente illudibile, o più facilmente, sono semplicemente una persona che deve darsi motivo di continuare ad andare avanti per certe strade.

La verità è che ci sono giorni in cui mi alzo e penso sei volte prima di fare colazione “ma chi cazzo me l’ha fatto fare?”. A volte poi rimango in pigiama, a ciondolare per casa, tra radio e computer. Anche se in realtà io avrei una voglia di fare che ad averne il tempo vi avevo già costruito il Ponte sullo stretto (o qualcosa di un po’ più utile, magari).

Il problema è che tutta questa voglia di fare sembra a volte infrangersi su vetri che non si erano visti. Il soffitto di cristallo era paradigma economico della condizione femminile, ma ora mi sembra abbastanza comune al movimentista in genere. Ma questo senza perdere la coscienza del fatto che intorno al cristallo il mondo si muove e non sempre in direzioni sbagliate. Il periodo vuole che sia particolarmente fissata con le reti di relazione, come modo per acquisire coscienza, come primo step per riconoscere le proprie fragilità ma anche potenzialità, come primario stadio del cordone sanitario contro un potere sempre più pervasivo e diffuso che è difficile vederlo. Queste reti si stanno sviluppando, o forse no, ma di sicuro ci si prova in ambiti diversi da quello nostro.

I Gruppi d’Acquisto Solidale, ad esempio, nascono a tutelare lavoratorici, ma anche consumatorici, in una costruzione sinergica che supera tutti quegli impedimenti, quei colori, quelle luci, che il capitale voleva frapporre tra noi e loro, continuando ad abbattere quartieri e case, cementificare parchi, per poi semplicemente costruire scintillanti quanto fastidiosi a ogni senso centri commerciali. L’idea però mi è nata guardando alle comunità indigene messicane, alla loro messa in comune, a tutti i livelli, delle scelte. L’ho confermata leggendo quel poco di Foucault che ho letto (le resistenze devono riconoscere se stesse per poter costituire un problema per il potere) e l’ho visto applicato su scala più vasta con le donne vittime di violenza. Tessere legami, storie, unire fragilità e perché no, abbracciarsi, sono solo alcuni dei modi in cui le donne escono dalla violenza. Ma la violenza è soprattutto isolamento, quindi comunque è necessario, per uscirne, creare o ristabilire i legami persi. Da sole si fa poco.

E l’altro mio pallino, è che la violenza sulle donne sia a livello sociale ciò che succede a livello statale. Cosa piuttosto palese in talune situazioni, come dopo l’omicidio Reggiani col pacchetto sicurezza, o con l’attacco ai Consultori e tutte le cose simpatiche che legiferano sui corpi, sulla vita e la morte, quasi a voler strappare un divino che è femminile, ma anche umano, tramite l’istituzione, lo stato e il potere. Dunque perché le reti non dovrebbero funzionare anche contro tali violenze? Conoscersi e riconoscersi, più nelle similitudini che nelle differenze.

Tutto ciò è molto difficile. Ma credo sia l’unica azione possibile. In questo mondo che dopo gli anni ’90, tanto belli e cari, ma che ci hanno rinchiusi in centri sociali umidi e puzzolenti a perdere ogni utopia, qualcosa si deve fare. Sempre che si voglia. Altrimenti faremmo bene a rinchiuderci nelle case, ad andare a lavoro, a diventare uomini e donne grige. Come quelli che tutti i santi giorni si masturbano sulle nostre relazioni, illusioni e voglie di fare, origliando le telefonate, facendoci perdere tempo quando ci fermano in piazza. Come quelli vestiti uguali (oh, e io ho smesso per fortuna di vestirmi sempre uguale a me stessa, che già tra me e me avevo dei problemi!). Come quelli che pensano solo ai soldi. Come quelli che invece di fare l’amore sono affamati di sesso e non riescono a fermarsi nemmeno di fronte alla passione altrui. Come quelli che invece di volersi bene perdono il tempo col rancore (e io sono un sacco grigia in questo). Come quelli che pensano alla pagliuzza negli occhi degli altri senza vedere la trave dei propri (fortuna che sono miope).

Tocca riprendersi un sacco di cose, anche i colori che ci hanno rubato con il tempo, i soldi, il lavoro, il futuro e il sapere.

Però compagni vuol dire sempre coloro che mangiano insieme.

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