Personale e politico del margine

Quando si diventa femministe? Come si pratica il femminismo? Ognuna di noi può rispondere in diverse maniere, con diversi approcci, con diversi obiettivi. Nonostante le mie quotidiane complicità con lo stesso, il mio femminismo nasce dallo schifo per il patriarcato e le sue strutture. Infide e ipocrite in occidente, brutali in tanti altri posti del mondo. Ugualmente mortifere. Però questo è venuto dopo. L’ho studiato, l’ho attraversato nei testi di Carla Lonzi, di Donna Haraway, è divenuto tema delle mie sfigatissime ricerche, mi ha incantato quando si trattava delle donne curde.

Ma il mio femminismo è iniziato a scuola, quando ho fatto della mia vita la politica del margine senza neanche volerlo, trovandomi così, nei gruppi di sfigate e sfigati, di diversi, di esclusi. Eppure non è stato brutto, e se anche ho sofferto un po’ a scegliere e a trovarmici nel margine, quando ancora non si parlava di bullismo, sono grata di essere stata amica di ragazzini che vivevano in case occupate, stranieri o provenienti da famiglie piene di disagio, di ragazzine di seconda generazione pakistane, o strane perché giocavano a pallone, tradendo gli orientamenti sessuali che avrebbero avuto in età adulta. O ancora, ragazzine in corpi troppo grossi per la norma imposta.

Siamo state paria, siamo state ai margini, siamo state unite (chissà dove saranno ora…), e forse eravamo già un po’ femministe.

Manco io, ma i disagi miei sono tutti qua. Nell’essere stata, nell’essere ancora, nel grande gruppo delle “racchie, le vecchie, le camioniste, le frigide, le mal scopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna”, per dirla con Virginie Despentes. Perché una scopata non fa primavera e una donna che non fa il soprammobile fa ancora paura, pare.

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2016-2017 sola andata

Manco da parecchio su queste pagine, e se manco non è perché non abbia nulla da dire. Ma il mio cervello si arrovella su questioni di geopolitica e migrazioni e cambiamento dei nostri ordinamenti che è difficile far ordine in tutto ‘sto casino.

Scrivo che già tutto  è cambiato dall’ultima volta che scrivevo. Anche se non era imprevedibile. Trump è il nuovo presidente degli USA ed emana decreti razzisti e islamofobi, contro chi vive in America da tempo. Pare voglia proseguire il muro tra USA e Messico, chiudere l’economia statunitense e farsi i bacetti con Putin. Nuovo ordine mondiale insomma, una roba non da blue monday ma da blue tutta la settimana. Roba che dei provvedimenti così veloci li avesse presi Obama su Guantanamo staremmo tutti meglio. Invece si reintroduce la tortura di Stato, già che ci siamo. Il tutto in pochi giorni di mandato Trump.

Una parte cospicua del Regno Unito ha votato per l’uscita dall’UE. Posto che non me ne frega un cazzo dell’UE di per sé, mi sembra assolutamente preoccupante che la maggior parte delle persone che hanno votato in UK lo abbia fatto contro immigrati europei che “gli rubano il lavoro”. Senza tenere conto di quanto l’economia si poggi sugli stessi immigrati, per altro.

Infine gli e le migranti, per l’appunto. Il biennio in corso è sicuramente caratterizzato dalla presa di coscienza e dalla assoluta e sconsiderata fobia per l’immigrazione in Europa. Si costruiscono muri, campi, barricate. Si uccide, per mano di proiettili di Stato (di rado), o per l’inaccessibilità delle proprie frontiere. Quindi i e le migranti affogano nel Mediterraneo, soffocano nei camion, se donne vengono stuprate, e tutto il simpatico bagaglio di morte e tristezza che questo tipo di politiche – perché la chiusura dei confini è una politica – porta con sé.

Premesso ciò, mi sento molto a disagio con certa interpretazione dei problemi che viene fatta e con l’assenza di reali risposte e repliche. Senza doversi dare un ruolo che non compete (quello di chi fa e attua le regole in cui viviamo), mi viene da pensare che l’arrivo di persone in questo paese, spesso a ondate, debba essere accolto con una capacità di gestione elevatissimo. Capacità che non può essere risolta nell’autogestione di centri sparsi (per quanto ciò possa essere in realtà proposto e attuato in grandi centri di secondo arrivo).

Chi arriva in Italia e in Europa spesso ha delle competenze, dei background, delle storie. Spesso non ha molto con sé, ma non è detto. C’è chi riesce a portare beni materiali e chi no. Chi ha una famiglia che lo sostiene, chi ha una famiglia da sostenere, chi la famiglia l’ha persa. Parlare di migranti è come parlare di donne: persone che sottostanno a un sistema di merda, si muovono in esso, a volte vi contribuiscono. Persone che hanno classi, saperi e bisogni e desideri estremamente diversi. Età non omogenee, lingue non omogenee. A me sembra bellissima, a volte, tutta questa non omogeneità. La differenza è la base del femminismo nostrano, d’altra parte. Ma non è facile, come non lo è il femminismo. Però la ricerca comune di soluzioni va praticata, andrebbe praticata. Sedendosi e ascoltando immagino. Non c’è cambiamento senza ascolto.

E come per i migranti sento questo bisogno impellente in me di ricercare obiettivi praticabili, affrontare i problemi e non solo le loro macrocause.

Non mi basta più dire che il carcere fa schifo, che i confini fanno schifo. Vorrei capire come vorrei che fosse la società senza carcere e senza confini. E vorrei farlo insieme.

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E uscimmo…a cercar le stelle

E sono uscita in un cielo plumbeo a cercare luci ormai morte.

E voglio, desidero e voglio,

voglio un amore incondizionato e amare incondizionatamente

ridere dei nostri difetti, amarci per i nostri difetti e farci l’amore con i nostri difetti e guardarli alla luce del sole.

E voglio che sia esclusivo ma non possesso, che sia gioia e passione e vita e voglio che risuoni in questa carne più precaria del lavoro,

in questa carne che ci assale che si muove che si muore che ci fa stare male ma che è la fonte di quel piacere che quasi ci fa svenire.

Voglio tutto quando intorno c’è un deserto.

[post intimo, cui seguirà un post lungo ed elaborato politico, se avrò mai il tempo di scriverlo, che ce l’ho in testa da non si sa quanti mesi e questo blog mi manca tanto]

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Eterni ritorni

Tornano a ogni turnata elettorale,

gli stessi scazzi di venti o trenta anni fa,

gli stessi candidati,

polemiche becere,

sessismo da quattro soldi.

Tornano a ogni manifestazione,

riunione, assemblea,

gli stessi pianti e lamenti,

gli stessi odi, più personali che politici,

le stesse frasi fatte,

scaramucce distratte.

Tornano a ogni assemblea separata,

le stesse inutili richieste di giustificazione.

Tornano come rigurgiti in un corpo gastritico, il nostro corpo. Un corpo che ancora esprime potenzialità e lotte, e modi di vivere diversi e bellissimi, ma più per routine che perché ci si interroga e ci si pongono dubbi. Anche se a confronto con un fuori in cui siamo solo vacche o baldracche che non sanno guidare né vedere una partita, è comunque una routine meravigliosa.

Il corpo intanto invecchia e non accetta le sue rughe, la pelle che cade, il mondo che cambia. Stabile, sta, alla tempesta, alle mazzate.

E ogni tanto si piega, si rompe qualcosa, poi si rimarginano ferite o si mette un puntello e il corpo sta. Guarda al di fuori a tutto che corre e prende le armi e un mondo sempre più nero di bambine esplose, clitoridi ferite, mari insanguinati. Immobile. Si allunga si avvicina raccoglie esperienze le fa sue. Ma poi torna il vento, il manganello, il puntello.

E noi qua. E io qua. Che guardo e vivo e sto male e vorrei solo dire

checcazzostateafa.

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La violenza illustrata parte 2

Saltando a piè pari l’8 marzo, passo al secondo raccontino di gran pacchi di cazzi miei (in tutti i sensi, soprattutto quelli letterali).

Stavolta passiamo ad alcuni anni dopo, ero già alla laurea specialistica e in effetti era proprio il giorno in cui la laurea specialistica la stavo festeggiando. Ero triste, anche se avrei dovuto essere allegra. C’erano poche delle persone cui volevo/voglio bene, e soprattutto mancava il tipo per cui mi ero presa una cotta pazzesca all’epoca.

Io mi prendo una cotta a semestre, poi mi passa, ma in quel momento ero proprio nella fase acuta. Lui era a un bel concerto, io in quel del Forte.

Comunque, del Forte conosco bene le delizie dell’enoteca e qualcuno con cui passare il tempo c’era, ed era anche qualcuno di cui mi fidavo parecchio e cui parecchio volevo/voglio bene. Tant’è che, abitando ancora dai miei genitori, avevo deciso di andare a dormire da lui (che aveva una stanza libera e abitava vicino, permettendo quindi ubriacatura allegra e spensierata, oltre che meritata).

E io bevevo. Bevevo. Bevevo. Ricordo solo che da un certo punto in poi non ho più ricordi. Non ricordo quando sono caduta e mi sono rotta l’unghia dell’alluce, non mi ricordo come mi sono persa cose che ho poi ritrovato, non ricordo come siamo tornati a casa anche se mi ricordo con chi.

Non ricordo di essermi particolarmente divertita, e mi ricordo che salimmo in ascensore e mi mise a letto. Il letto degli ospiti. Solo che poi non si fermò. Mi spogliò quasi del tutto (era estate e non c’era tanto da togliere) e iniziò a leccarmela. Fu brutto. Io non volevo e lo sapeva, a lui forse piacevo pure da un po’ ma non era mai successo niente anche se le occasioni non erano mancate, e soprattutto io non ero assolutamente in grado di reagire in nessuna maniera (nè positiva nè negativa). Rimasi amareggiata per quel poco che riuscivo a capire della situazione. Ma lui si fermò prima di rovinarmi del tutto la nottata, e se ne andò a dormire in camera sua.

Al mattino mi svegliai che non ricordavo quasi nulla, se non quell’episodio sgradevole nel letto. Non trovavo pezzi di cose di cui avevo bisogno e andammo insieme a lui (cui nel frattempo avevo detto che non ricordavo niente della sera prima) a riprenderli. Mi aiutò parecchio, con un evidente senso di colpa galoppante, ma io non dissi niente di quello che ricordavo.

Più tardi mi contattò e mi disse che forse non si era comportato proprio bene. Gli dissi che no, aveva ragione. Ci vedemmo per parlarne. Comunicai la mia ormai amaramente scarsa fiducia nei suoi confronti, lui capì e si scusò per quello che aveva fatto.

Fu doloroso, ma siamo ancora amici. Certo, riacquistare la fiducia nei suoi confronti non è stato un processo rapido. Non è nemmeno stato un processo allegro. C’è comunque qualcosa nel nostro rapporto che si è rotto e rimarrà sempre un po’ sbeccato, anche se ci vogliamo bene.

In aggiunta, io non mi sento a mio agio a bere troppo, non mi drogo e non ho intenzione di farlo e a volte solletica la mia mente il sospetto che quel giorno mi abbiano fatto uno  scherzo con le sostanze, ma tutto sommato questi sono sospetti più relativi alla scarsa stima di un certo entourage che alla realtà dei fatti. Dunque mi tengo le mie responsabilità, anche se non ho sensi di colpa. Perché comunque conservare un briciolo di lucidità non fa mai male, fosse anche solo per essere in grado di dire “no” (anche se niente giustificherebbe azioni fatte su una persona incosciente, sia chiaro).

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La violenza illustrata parte 1

Mi avete guardata e ascoltata e c’è chi ha pianto. E io sto ancora un po’ sfranta e non m’era mai capitato. Non m’era mai capitato di leggere in altri occhi i miei occhi. E se li ho letti è perché ci siamo specchiate, perché ci è capitato.

La mia prima volta avevo 17 anni. Non mi volevo molto bene ed ero la tipa cicciottella e goffa, un po’ strana, un po’ zecca. Avevo la mia comitiva di disagiati e ci vedevamo al parco. A me lui piaceva abbastanza. Aveva i capelli lunghi, suonava la chitarra, faceva karate. Pancia piatta, gusti musicali approfonditi, universo genericamente metal. Un giorno, stavamo lavorando per una festa a casa di un’amica, la mia migliore amica, e rimanemmo a casa insieme soli, mentre fuori continuava il ricevimento. Avevamo pantaloni neri e camicia bianca. Stavamo sul divano, fuori c’era un bel sole che veniva dal terrazzo. Lui mi baciò e io ero felicissima. Mi mise una mano intorno alla spalla. Sentii poi la pressione di quella mano. Sentii che voleva andassi giu. Non l’avevo mai fatto. Si aprì i pantaloni. E se dovessi dirvi la verità il suo cazzo non mi piacque. Me lo ricordo lungo e sottile. Comunque pensavo che la prima volta che ne avessi preso uno in bocca sarebbe stato per amore. Al contrario di quando avevo perso la “verginità” in maniera piuttosto casuale. Lui mi mise una mano sulla testa e iniziò a spingere e gli dissi di no. Dovetti dirglielo un paio di volte e lui si rassegnò dopo alcune spinte che mi piegarono il collo e mi costrinsero a risalire. Non me ne andavo perché lui mi piaceva, e mi sembrava di aver finalmente ottenuto quello che volevo. Il più bello della comitiva, che mi baciava, ma voleva gli facessi un bocchino e io no.  Alla fine, ma fu molto stressante, si arrivò a una conclusione di compromesso e lui si accontentò di una sega che io gli procurai senza troppa convinzione. Anche se lui mi piaceva e davvero avrei voluto farlo felice e che magari tornasse. Ma lui aveva la ragazza e lo sapevo, e infatti non sarebbe mai più tornato.

La vicenda si concluse con un gesto di lui che non ho più scordato, né raccontato. Con un dito si aprì la fessura del pene, raccolse lo sperma che stava per uscirne e me lo mise sulle labbra. Lo fece rapidamente per evitare che lo fermassi, sapeva che l’avrei fatto, e dissi “che schifo” e lo scansai. Poi lui mi venne sulla pancia, scordando completamente il fatto che di tutta quella storia non avevo tratto nulla, manco una carezza sulla guancia.

Raccontai l’episodio ad alcune persone e nessuna pensò che fosse violenza. Io invece me la vivo ancora così e per anni non ho sopportato carezze sulla nuca.

Poi ti capita di leggere un libro e scrivere un testo e avere voglia di vomitare tutto. Come forse sarebbe stato bene fare all’epoca. Ma ogni cosa ha i suoi tempi.

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L’amore sporco

La percezione che siamo tutti orribili e che la bellezza è una tregua e l’innocenza è una menzogna.Egon_Schiele_-_Liebespaar_-_1913 L’amore sporco, di Andre Dubus III, è uno di quei libri che ti entrano dentro, mentre tu vorresti stare chiusa a riccio e non pensarci più, o forse continuare ad inseguire il mito di un amore romantico da favoletta che non arriverà mai.

Perché l’amore, come ce l’hanno descritto, in realtà non esiste. Esisono storie complicate e piene di sporcizia, esistono le nostre esistenze così dannatamente inutili che si incontrano e che cercano di ammucchiarsi in mele bacate. Questo è quello che Andre Dubus III ci racconta in trecento pagine scritte grandi, attraversando tutte le mie paure, le mie storie di violenza, i miei errori. Tutte cose evidentemente nemmeno originali, ma raccontate con la penna di chi sa raccontare e farle apparire diverse da quel che sono. Una merda.

Aver voglia di sapere troppo, aver voglia di avere qualcuno accanto chiunque sia, quelli che vorrebbero i bocchini che tu non vuoi fargli, sentirsi insultate da chi ci sta vicino, tradimenti e malesseri vari e innamorarsi dietro una tastiera. Un po’ di storie diverse, ma tutte intrecciate, molte delle quali mi han fatto sentire rappresentata da molto dello sporco narrato, nelle sue sfumature peggiori descritte con metafore taglienti. E lo sporco che va a insudiciare le varie storie non è particolarmente feroce, piuttosto è banale, casuale, come se alla fine ci facessimo male quasi per pigrizia.

Stasera era una di quelle sere con lo sporco intorno, e non c’è sapone per i piatti che tenga. Quelle sere di rosicamenti, di sentirsi delle fallite di fronte alla stessa mia incapacità di tenere botta anche di fronte alle conclusioni più semplici e forse fortunate. Quelle sere di sentirsi a disagio di fronte a chi ha fatto cose che non si vorrebbero mai sapere, che si comporta come nulla fosse mentre per te è tutto tremendo. E le due cose che si intrecciano, sovrappongono e stridono come un frullino su una porta. Rifugiarsi in cucina per evitare tutto. Ritrovarsi la sera sconvolte a scrivere di un libro che sembra uno specchio delle nostre vite. Inutili, insignificanti, accozzaglie di sentimenti che rimangono nel petto come rigurgiti. Quando forse basterebbe così poco. Ma cosa?

L’amore sporco racconta tante storie e una sola. Quella di un relazionarsi malato in una società malata, facendo finta che vada tutto bene, che sia normale. Pensandoci, a volte, innocenti in tutto questo trantran, mentre di innocente non c’è nulla. E la bellezza è una tregua.

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E so (quasi) trenta!

Quest’anno il Forte Prenestino, uno dei posti occupati più belli del mondo, compirà i 30 anni di occupazione. Più info le trovate qui, soprattutto, trovate le info sul libro che racconterà alcune di quelle esperienze.

Io ho scritto due righe, che chissà se piaceranno mai a qualcun, e che condivido qua prevenendo l’eventuale disgusto e conseguente scarto per il libro.

LA PRIMA VOLTA.

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Di propositi e considerazioni

Mancano poche ore allo scoccare del fatidico 2016 e sono qui intenta a prepararmi, lavarmi e coprirmi di rosso e nero per salutare questo faticoso anno.

Sono sola, prima di uscire, e mi acchitto e mi imbelletto come se dovessi davvero andare a rimorchiare, come se ancora ci credessi. Invece ultimamente non capita quasi mai, e l’essere fine dell’anno non significa avere più chance.

D’altra parte il proposito del nuovo anno è proprio quello di non sentirmi incompleta, ferita, frustrata, perché non ho *nessuno* accanto. Laddove poi, per nessuno, si intende in realtà la metà di una coppia. Perché ci hanno insegnato che non nell’amaro benedettino, ma nella coppia, c’è la felicità. Perché se sei femmina e non hai un maschio accanto sei valida per metà. Come se ancora la nostra struttura sociale prevedesse l’accoppiamento come unico obiettivo della donna. Possibilmente con figli al seguito.

Invece no, imparare a sentirsi uniche, piene, valide, da sole è importante quanto sapersi autodeterminare economicamente, saper parlare in pubblico, essere nelle cose, mandare avanti la baracca. Perché alla fine è sulle spalle delle donne che si reggono, spesso e volentieri, case, movimenti, lotte, uffici. E altrettanto spesso quelle donne si distruggono inseguendo uomini che valgono la metà di loro, o che fuggono come se costituissimo un pericolo alla loro integrità (magari imparassimo, su questo punto!). O peggio, finiamo in relazioni violente, in cui il centro di gravità della nostra vita diventa un lui (o anche una lei) e piano piano si sfascia tutto quello che c’è intorno.

E quindi per il nuovo anno il proposito è quello di fare meglio ciò che so fare, di volermi più bene e di coccolarmi anche un po’. Perché se la felicità si misura in orgasmi posso dedicarmi a tutte e dieci le mie dita, invece di perdere tempo e arrovellarmi sul mio essere sola. Che poi sola non sono affatto. E ho un sacco di persone cui voglio bene e che ci stanno sempre.

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Lettera a Touil

Caro Touil,

ti scrivo ma chissà se mai leggerai questa lettera. Ora sei rinchiuso in un CIE, struttura che non permette nemmeno la corrispondenza, per quel che ne so, nonostante chi vi sia detenuto di fatto non ha che la colpa di non avere documenti.

Quindi ti scrivo qui, come se potessi saperlo.

Quando ti hanno preso eri in Italia da poco, stavi studiando italiano, avevi raggiunto la tua famiglia. Tutte cose piuttosto normali, quotidiane. Potevi essere uno di noi che decidiamo, a volte, di lasciare l’Italia per andare, che so, in Inghilterra, a Londra. Ciancichiamo parole di inglese stentato, a fronte di una popolazione un po’ chiusa che chiude anche le vocali e non si capisce molto di quel che dicono. Cerchiamo lavori di second’ordine perché fare il cameriere lì è meglio che qui e almeno impariamo una lingua straniera.

Ti hanno preso un giorno, perché accusato di un delitto infame, la strage del Bardo. Ti hanno accollato la morte di 23 persone, l’estremismo religioso e chissà che altro. Pare invece che semplicemente il tuo passaporto fosse finito in mani sbagliate, durante il viaggio faticoso e terribile che hai fatto su un barcone. Il barcone che doveva rappresentare la libertà, una vita nuova, tua madre, i tuoi fratelli. Il barcone ha rappresentato la detenzione, il carcere, per cinque lunghi mesi, durante i quali si è detto che eri terrorista e poi che forse no, ma sempre senza preoccuparsi di come stavi tu.

Come ti sei sentito in carcere? Cosa ti hanno fatto perché non riconoscessi più le persone, persino tua madre quando sei uscito? Dicono che non riuscivi più a parlare la tua lingua, cosa pensavi e cosa ti è successo?

A nessuno è interessato sapere come stavi. Non è stata concessa l’estradizione, e sei stato liberato, e sei stato nuovamente carcercato. E ora chissà, probabilmente ti faranno fare il viaggio al contrario e chissenefrega se tua madre è qua e chissà che sente con cuore di madre e come sta e come piange a pensarti di nuovo dietro un muro e filo spinato e non poterti nemmeno incontrare.

Touil, quello che ti volevo scrivere e mandare è un abbraccio solidale. Perché a 22 anni passare così tanto tempo detenuti senza aver fatto nulla per esserlo se non aver avuto sfortuna mi fa salire una rabbia, tanto più forte perché tutte le detenzioni sono ingiuste, ma la tua smuove la pancia e la testa.

Sperando che lo schifo che ti hanno fatto non sia uno schifo che diventi per te distruzione e morte – quel terrorismo di cui t’hanno accusato, mentre terrorizzavano te, ma che la rabbia e il dolore che proverai sicuramente si traducano in qualcosa di costruttivo. Forse è solo utopia e vorrai solo dimenticare.

Io però un abbraccio te lo mando lo stesso. Ricordando anche chi, come Cucchi, dalla detenzione è uscito con i piedi verso la porta, per la stessa violenza che a te ha fatto dimenticare il volto di tua madre.

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