Dress code

“A volte fa male non essere accettata in luoghi che credi ti appartengano, fa molto male. Paula riferisce così il suo atterraggio nel mondo occupato di Barcellona: ‘Arrivai in Europa affascinata dai movimenti sociali alternativi. La prima volta che sono andata a un concerto in una casa occupata, sono andata divina de la muerte per come era quell’ambiente e rimasi stranita, perché non mi respinsero nè mi accolsero, non furono molto attenti o generosi. Non ero lì per un piano di polizia segreta, ero andata con una collega argentina occupante conosciuta da tutti ma in qualche modo non si fidavano di me.  Lo percepivo che era tutta una questione di apparenza. Nessuno mi parlava e mi dovetti ubriacare da sola per divertirmi. Mi sono sentita una bestia rara e pensavo, dove starà il posto per me? Ho compreso che dobbiamo costruircene uno, perché non esiste.'”

Itziar Ziga, Devenir perra, 2009 (traduzione libera mia)

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Anche io leggo Foucault

Dopo aver letto Sorvegliare e punire, simpatico mattoncino di 340 pagine, non posso evitare di scriverci su due righe. Anche se non sono filosofa e nemmeno storica, ho trovato qualche buono spunto e qualche critica. Ma magari se qualcun@ passa e mi smonta non fa un soldo di danno.

(la libertà è una forma di disciplina)

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La tifosa occasionale (anche) al St. Pauli porta male!

Un report fotografico delle mirabolanti e sfigate avventure delle femministe allo stadio. Stavolta però non per vedere la Maggica, che ci ha comunque deliziate per la quarta volta di fila, ma in trasferta dalla squadra del quore, quella dei pirati e delle donne di malaffare del ‘600, che oggi sono rappresentate dalla bella bandiera nera (o dall’autoprodotta rossa) col Jolly Roger.

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Malinconie

Dormire abbracciata a una persona che ti piace tutta la notte senza poterla sfiorare oltre, fa stare un po’ male. Come dirle ciao quando se ne torna in patria. Anche se tutti e due avevate capito che non eravate la persona giusta al momento giusto, che non c’era possibilità nemmeno di iniziare, perché certe cose non si decidono a tavolino. Come non si decide quando smettere di pensare a una persona. Quando dire basta. Dire fine prima che l’altra persona lo dica, solo per orgoglio (o almeno non da parte mia). Anche se il tempo è bello e freddo come mi piace il mio cervello è una merda e continuo a rimpastare il passato senza accorgermi che la farina è scaduta da un pezzo, l’acqua privatizzata e tutto il resto.

Questa settimana è stata proprio strana, tra gli ultras della curva del Babelsberg a urlare cori fin troppo corretti, per una partita andata male, ma tutto sommato senza sconvolgerli più di tanto, tra abbracci e conclusioni. E non ci sono svolte all’orizzonte, perché pare che non riuscirò a studiare quello che volevo come lo volevo (arrivo sempre seconda io).

E allora è tutto da rimettere in gioco, ma non ho voglia di giocare.

E allora mi guardo i giochi passati altrui.

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Alles gute zum Bekampfen! (o: auguri di buone lotte!)

Ho scritto ben due post che stanno lì a sonnecchiare tra le bozze. Nonostante sia in fuga da me stessa in terra straniera, mi ricopra di lustrini e tute blu durante workshop di dragging (nel mio caso un po’ king un po’ queen, perché la coerenza non mi appartiene), nonostante abbia comunque il mio bel pacco de cose da fà per pensare meno, pensare poco, non pensare a me stessa, sto in botta brutta. Botta da amore, da mi sento Vasco che magari me passa odiando un po’ il lunedì e gli altri sei giorni, botta da me sento Guccini e Ligabue (ao’ mica potevo esse perfetta), botta da stalking telematico e lacrime davanti al pc.

Evabbé che non fossi ‘na cima se sapeva. Che sono ciclicamente depressa pure, ma visto che qui il sole splende sulla mia capoccetta che lavora storto, e anche alla faccia della terra natìa, mi sento “A message to you Rudy”e vi invito a:

– Amare chi ci supporta e sopporta su questi server: evviva Autistici! e 100 di questi giorni! (che poi in merito appena posso c’ho na chicchetta…) -> per vedere quanto gli costamo e come ammortizzare la spesa: qui.

– Se non ora quando? Lott(am)o tutto l’anno… E se potete l’8 marzo fate un salto dalle compagne sorelle romane.

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I tipi melanconici

“Esistono uomini dal grande cervello, dal viso di colorito spento, ma con occhi di fuoco quasi serpentini, vene dure e forti nelle quali scorre un sangue denso e nerastro con musvoli sviluppati e sodi e ossa grosse (…). Essi sono talemente lussuriosi da comportarsi con le donne come belve o rettili. Sono pieni di amarezza, avidi, privi di saggezza, senza moderazione nel piacere sessuale: con le donne si comportano come asini libidinosi. Se non possono sfogare le loro voglie diventano pazzi per la frenesia che hanno in corpo. Quando hanno la possibilità di congiungersi carnalmente si placano, ma il loro amplesso è colmo di ambiguo piacere e sgradevole per le donne, carico di un senso di morte come quello dei lupi quando assalgono. Anche se giacciono volentieri con le donne, non le amano. Alcuni fra loro sono capaci di evitare il sesso femminile, anzi lo fuggono, ma rimangono nelloro cuore aspri come belve e agiscono come orsi. Ma sono uomini che posseggono il senso dell’utile avveduti e capaci nelle opere manuali, e lavorano volentieri. Quando il piacere li assale come un vento che forte e senza freno invade la casa e la scuote, allora diventano tirannici e la loro umanità che doveva fiorire si ritorce in una asprezza serpigna e tortuosa (…). La suggestione diabolica in questi uomini è così potente che, se potessero, ucciderebbero la loro donna nell’amplesso, perché  in loro non c’è amore né tenerezza”.

Ma, in maniera un po’ più confortante:

“Il piacere della donna è come la luce del sole che dolce, continua e soave si diffonde sulla terra che riscalda e rende fertile; se bruciasse più forte con la sua vampa costante brucerebbe i frutti invece di farli maturare.”

Ildegarda di Bingen, XII secolo

Le citazioni di questo e del precedente post, sono tutte da

Bertini, Cardini, Leonardi, Fumagalli, Brocchieri, Medioevo al femminile, Laterza, 1989

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Don’t touch my Middle Age!

Odio sentir definire le leggi “medievali” quando sono retrograde o repressive. Odio in generale sentir parlare di medievale con accezione negativa, come se per ogni catastrofe e genocidio dicessimo: ohhh che contemporaneo! E poi quante scemenze si dicono. Nel Medioevo, per esempio, non era grave abortire fino al quarto mese, cosa oggi ostacolata in tutti i modi.

Quali innamorati, però, non si sono sentiti così?

“Abbiamo attraversato tutte le fasi dell’amore e se in amore si può inventare qualcosa noi lo abbiamo inventato. Il piacere che provavamo era tanto più grande perché prima non l’avevamo conosciuto e non ci stancavamo mai (…) aprivamo i libri, ma si parlava più di amore che di filosofia, erano più i baci che le spiegazioni (…). L’amore attirava i nostri occhi più sovente che la lettura ai libri”.

Abelardo a Eloisa

E quale persona ferita, magari anche un po’ per ripicca, non ha pensato:

“Non ti ho chiesto matrimonio né ricchezze, non ho voluto soddisfare la mia volontà e il mio piacere, ma solo te e il tuo piacere, lo sai bene. E anche se il nome di sposa può apparire più santo e decoroso, per me fu sempre più dolce quallo di amica o di amante e, anche se ti pare troppo forte, quello di tua puttana (…). Quanto più mi umiliavo davanti a te, tanto più credevo di piacerti e di non danneggiare la tua fama (…). I sensi, non l’amore ti hanno legato a me (…). Un tempo, quando mi cercavi per soddisfare il tuo desiderio, mi venivi a visitari molto sovente portando i tuoi scritti e con le tue poesie mettevi il nome della tua Eloisa sulle labbra di tutti: in ogni piazza e in ogni casa il mio nome veniva ripetuto (…). Ricorda quello che mi devi, considera quello che ti chiedo”.

Eloisa ad Abelardo

Abelardo ed Eloisa vissero nel XII secolo un amore intellettuale e spirituale, oltre che fisico, contro l’istituto matrimoniale.

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Una domenica da leonesse

Visto che siamo contro ogni imposizione religiosa a noi del riposo settimanale non ce ne frega un cazzo!

Anche se io devo dire che oltre a manifestare, visto che sono una studentessa modello, mi sono anche alzata presto per studiare stamattina. E sono pure andata in piscina, perché senza corpore sano la mens duole. E se duole la mens la lotta non paga…

D’altra parte dopo aver totalizzato 12 ore di riunioni* questa settimana, aver passato il venerdì sera a fare striscioni o raccogliere buone cause per facilitarne la fabbricazione… posso sentirmi a posto anche se non sono arrivata proprio puntuale?

Il senso di colpa e il rosicamento sono sentimenti militonteschi con cui si divide il pane tutti i giorni.

Su oggi: [1]

*ma quale reddito di cittadinanza, voglio il reddito di militanza!

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Cronache di un sabato da cagne

E non vi immaginate scene turche e chissà che eros: purtroppo è questo il femminile di “un sabato da cani”.

Siamo a febbraio, mese noto per:

a) San Valentino

b) alcune ricorrenze politiche di sufficiente importanza tra cui  Valerio Verbano

c) gli esami universitari.

Orde di universitari affollano le biblioteche romane. Specie nei momenti caldi, ovvero quelli in cui sono aperte solo poche biblioteche.

In particolare, il sabato pomeriggio, sono solo tre le biblioteche aperte, diventano due la domenica. In entrambi i giorni non va contato il Bibliocaffé, perché è a tutti gli effetti un locale, in cui ok, ci sono dei libri in prestito, ma non si può davvero studiare.

Torniamo alle nostre orde.

La settimana prima degli esami si moltiplicano le persone che si scoprono erudenti e si affollano davanti ai locali preposti al pubblico studio, chi per un motivo chi per l’altro.

La tensione è alta. Si ride e si scherza ma in realtà si vorrebbe evitare l’ansia. La collettivizzazione aiuta.

Ma cosa succederebbe se la persona che deve aprire una di quelle due biblioteche si scordasse la chiave?

Si aspetterebbe insieme, come in un sit in l’apertura, si correrrebbe all’impazzata verso i pochi posti disponibili.

Alle persone rimaste senza, non rimarrebbe che da chiedere un tavolo alla suddetta persona incaricata di gestire la biblioteca.

E se quella vi rispondesse: “I tavoli non ve li diamo perché ogni volta che troviamo schifo qui ne leviamo uno, così imparate la civiltà?”

Vi verrebbe voglia di darle un cartone in faccia.

E sono proprio una persona a modo, a non averglielo dato.

In compenso oggi lo studio sta a zero. Ma non ho sprecato la giornata: ho fatto 4 ore di riunione stamattina.

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Sulla punta delle dita

Come si fa a non citare un testo dedicato agli amanti che giocano, agli uomini spaventati e alle donne malinconiche?

“La maggior parte delle persone, per ragioni pratiche, mangia con le mani (…) L’invenzione delle posate è relativamente recente e quella delle ferree buone maniere a tavola lo è ancora di più; entrambe sono legate a una cultura che si rapporta con il mondo attraverso la vista e che rivela una strana diffidenza nei confronti degli altri qattro sensi, soprattutto del tatto. (…) Tastare il cibo collega il tatto al piacere primario di soddisfare l’appetito; mangiare con le mani è un modo di cogliere l’anima del cibo prima di consumarlo. Mi piace fare i biscotti, sentire con le dita la morbidezza della farina, palpare la ruvida consistenza dello zucchero, quella scivolosa del burro e dell’uovo, amalgamare la pasta, tirarla, tagliarla; godo quando mi accingo alla paziente incombenza di lavare fragole o champignon, spremere un limone o affondare il coltello  nella ferma consistenza di una mela. (…) come le liste dei peccati inducono alla trasgressione, anche le costrizioni imposte a tavola possono avere un effetto eccitante. La formalità ha una componente erotica.

(…)

Le mani rivelano le nostre intenzioni: accarezzano, consolano, puniscono, lavorano. Una buona mano nel preparare una salsa equivale a una mano esperta nel fare massaggi. E’ un attributo prezioso e raro. Le salse sensuali, quelle che l’amante custodisce in segreto insieme ai tocchi più intimi e arditi, richiedono fantasia”.

Isabel Allende, Afrodita, 1998, Feltrinelli.

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