Odio il carcere

Tutti i giorni tutto l’anno.

Rebibbia, che se non ricordo male è il più grande carcere d’Europa.


E poi le detenute che fanno gli striscioni per dire grazie, che fanno quasi commuovere (allora se ne accorgono quando siamo qua!). E qualcuno che pianta una pianta, proprio come fanno i vecchi del quartiere che parlano di calcio e curano la gatta Carolina, piantando rose sulla tomba dei suoi figli nati morti (è proprio vero che da anziani si ritorna bambini).

Il 31 dicembre sotto Rebibbia, anche se ci dovremmo stare sempre, è un appuntamento bello. E ancora più bello quando c’è un sole così, anche se dentro non c’è sole non c’è aria e ogni tanto l’atmosfera picnic ritorna piena d’angoscia.

Comunque buon anno.

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Prima della fine del mondo

Prima della fine del mondo sono emigrata, ho scoperto che mi piace fare i filmini e che mi piace ancora di più montarli, perché l’ordine del discorso è importante.

Prima della fine del mondo ho scritto qualche articolo, più o meno bene, organizzato manifestazioni ed eventi, fatto l’amore, fatto sesso con le persone più sbagliate con cui potevo farlo e con troppo giuste per andare bene.

Prima della fine del mondo ho capito che ho peccato in così tanti diversi modi e con così tante diverse persone che quando andrò all’Inferno e mi chiederanno di che struttura fossi non saprò che rispondere.

Prima della fine del mondo ho compresso lo stomaco con la rabbia di chi non sa che fare, darebbe mazzate alla politica dei cristalli, dei fascisti, delle gerarchie dentro e fuori il web.

Prima della fine del mondo ho capito che nonostante i fantasmi con cui mi fanno dormire, sono contenta di molte delle persone che ho amato, follemente, in questi anni.

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Nei boschi eterni

Negli ultimi mesi, eccetto che per studio, ho letto al solito poco. Da quando sono emigrata mi sono un po’ ripresa, dedicandomi a una serie di scrittrici, anche quando non lo sapevo, che erano scrittrici. Questo è il caso di Fred Vargas, che mi aveva ingannata con uno pseudonimo immediatamente associato al genere maschile e (forse anche con qualche pregiudizio sul genere letterario e i personaggi principali).

Nei boschi eterni, pubblicato nel 2006 è una favola amara che probabilmente bisognerebbe leggere in francese e con qualche nozione su Racine, ma gli ingredienti ci stanno tutti. Pozioni, codici del XVII secolo, patologie psichiatriche, fantasmi di suore assassine vissute nel ‘700, ossa e ossi, maledizioni e lotte tra valli, rimatori, gigantesse capaci di convertire la propria energia come meglio credono e soprattutto un gatto molle e pigro, che però si rivelerà fondamentale nelle sue affannate rincorse.

Il voto è più che positivo, anche perché nonostante viaggiassi con quattro ore di sonno mi ha tenuta incollata.

Foto da MountFog.

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Herpes

L’amore è come l’herpes. Quando stai bene se ne va, quando stai male ritorna.

L’amore è come l’herpes perché è più facile spalmare una cremina sul labbro infetto invece di pensare a perché si sta male.

L’amore è come l’herpes perché assume numerose forme, ma in qualche modo non te ne liberi mai. Ci puoi convivere e in qualche modo ci convivi sempre. Sai che poi ritorna. Ma dopo la prima volta un po’ ti abitui. Alla fine è parte di te, ti dice quando stai male, ti dice che hai vissuto qualcosa, che in fondo è stato meglio lasciarci che non esserci mai amati.

Pure quando mi manchi, rosico per le tue nuove storie, tifo per te con un pizzico di invidia e un sacco di gelosia.

Il poliamore non fa per me. Spero sempre che mi insegnino a dire “ciao come stai”. Che lo imparino. Mi piacciono l’abitudine e il ritmo, dormire insieme e le carezze della mattina. I percorsi di crescita e le faticose sfide che mi pongono le mie relazioni assurde. Sarà per questo che non trovo una persona con cui mi voglio mettere a fare cose insieme da anni ormai. A tratti penso che ho fatto prendere troppi pugni al mio stomaco e che ora sarà difficile riprendersi. So solo che quello che cerco non è nella mia città né in quella in cui sono ora. E mastico la bile del mio stomaco spappolato, dando qualche pugno in una palestra.

Lewy, prawy prosto…

Speriamo che basti.

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Umano, troppo umano

Non le bastava quell’orrore, voleva un’altra prova del suo amore

Più passa il tempo più rientrare è difficile. E’ difficile perché vedi i progetti che crescono, i collettivi che si sfasciano, le reti che scazzano e non sai bene perché e per come stiano andando le cose. Anche se te le immagini.

Da outsider l’unico sguardo privilegiato è quello sui diversi fascismi che si espandono a macchia d’olio su tutta l’Europa. Rendendo chiaro perché qui e ora ho deciso di studiare la Storia Moderna, perché ho deciso di occuparmi di fondamentalismi.

Gli stupri, gli sbudellamenti, le condanne per eresia (che venivano rese esecutive dai poteri civili, non da quelli religiosi), in nome di uno o di un altro dogma. Questa è l’Europa che avete voluto unificare, sogno o incubo di morte?

Ed è così che un Breivik ispira, a suon di rune, un Casseri, che forse erano un po’ toccati sul serio. In realtà mi sembra molto più fascista il racconto dei moduli di richiesta del visto che mi fanno i miei amici: di che RAZZA sei, ti chiedono in Gran Bretagna (distinguendo ad esempio tra britannici bianchi e non), ti chiedono la religione, ma non puoi specificare di essere atea, agnostica o quel che vuoi. Fascista è anche che una madre non possa vedere il proprio figlio a causa del visto, che una donna denunci uno stupro e sia messa in un CIE. Fascista è che comunque nessuno parli della violenza sulle donne in Libia e che nessuno parlasse dei postriboli in cui sistematicamente erano (sono?) rinchiuse le donne provenienti dal resto dell’Africa quando Gheddafi era il benvenuto in Italia. A volte sembra che su certe cose si sia più essenzialisti che nel ‘600, quando Galileo abiurava una parola di troppo, con meno forza e meno passione di un Giordano Bruno.

Ci stupisce che una ragazzina abbia deciso di scaricare sul margine del margine una sua presunta “colpa”? Ci stupisce che per difendere le nostre donne, si sia messo a fuoco un campo rom? No. E il resto d’Europa, spesso e volentieri, non fa di meglio. Perché siamo chiusi, gretti, rudi. La fortezza in cui siamo chiuse e chiusi ci ha resi poveri. Poveri perché cerchiamo di contrastare una crisi prima di tutto nostra con l’erezione di barriere.

Siamo davvero nel postmoderno? La risposta è ni, secondo me. Modernissimo è il mondo che ci circonda, in cui le identità si cristallizzano senza connessione. Per questo abbraccio identità strategiche e fluide, ma cui sento di appartenere per il breve attimo dell’orgasmo collettivo. Sono cyborg, comunico e penso tramite un computer, una rete, infrastrutture complesse, non prive di problematiche. Sono organica, animale e biochimica. La strategia può anche essere abbandonare le identità, ma io amo aggettivare il mio io, anche se entro in crisi quando devo scriverlo nei curriculum.

Tutto quello che dirai potrà essere usato contro di te. Sempre.

Il linguaggio è un’arma a doppia lama. L’importante è usarla bene, costruire (contro)discorsi, pratiche, alleanze.

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Maria, Maria, Maria!

Maria numero uno: la Maddalena. Io col cuore sono in Val di Susa. Solidarietà ai feriti, solidarietà ai valsusini e alle valsusine.

Maria numero due: prima inseminazione artificiale, utero in affitto, madre non biologica né genetica, ma madre di corpo e di spirito. Mimesis. Ci hanno detto che era una madre anormale, perché priva di peccato, perché non aveva scopato. Ma la normalità di una madre chi la fa? La fanno i geni, la fa il latte, la fanno le cure per la prole? La fa il genere (l’istinto di maternità)? O la fa la pietà?

Per il resto eccetto che sulla spiegazione del dogma (che non a caso, per altro, fu istituito dall’ultimo papa re e che trovate elucidato tra i commenti) condivido la riflessione di Femminismo a Sud con annessa colonna sonora.

Maria numero tre: Maria trinitaria, di quelle donne cui non bastava un Dio barbuto e barboso, Maria sposa di Dio, o Maria figlia di Anna e cugina di Elisabetta, in una triade tutta di donne, da pregare al posto di quella patriarcale, in cui il figlio spezzava un pane fatto da mani altrui. Che si faceva lavare i piedi da mani altrui. Maria, Anna ed Elisabetta, umane, troppo umane, per essere ricordate dalle chiese degli uomini, e allora le ricordo io, insieme a tutte le marie bruciate, seppellite e uccise, in nome di una religione che non curava, né univa, ma ha devastato tutta l’Europa per secoli.

(io davanti a questo cartone di Leonardo mi sono commossa, davvero, ed è for free alla National Gallery di Londra).

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Becoming insect

Adoro gli insetti. Sono forti, spesso femmine, organizzati in maniera ottimale. Resistenti, rappresentano la forma di vita evoluta più diffusa (anche se chi decide cosa è evoluto e cosa no?).

Mi trasformo in insetto, cyborg, nomade. Per quanto non sopporti certe nozioni braidottiane (l’eterosessualità radicale mi sembra un’immane boiata ad esempio), devo dire che altre mi affascinano. Come mi affascinano le relazioni di potere, descritte da Foucault, le sperimentazioni linguistiche di Luce Irigaray (ma quando sono incomprensibili mi urtano in nervi). Anche la performatività della Butler, anche se a me le etichette piacciono: sono donna, sono lesbica, sono trans. Me le attacco e stacco come mi pare (anche se ad esempio non sono nera, sono straniera), ma trovo che siano importanti. Alla fine la violenza del sistema è ciò che caratterizza l’insieme. La sperimentiamo tutte. Tutti. Ma il problema credo sia qual è il nostro ruolo nel sistema di violenza. Non amo dipingermi come una vittima. Non sono una vittima. Sono parte dell’oppressione. Sono la mia mistress, quando opprimo me stessa.

Il macigno delle vecchie e brutte relazioni con cui mi sono andata coprendo la testa di cenere. Ogni volta che non ho reagito a qualche idiota. Non sapermi confrontare con uno stato fascista con cui sono in guerra. Non saper difendere le persone che amo.

Opprimo quando il razzismo quotidiano mi sfiora, quando la mia classe e istruzione mi fa sentire un livello sopra. Quando vorrei solo poter aspirare a una pensione.

Io sono fascista.

Ma il mio fascismo mi fa guardare con orrore ai processi culturali che non si dipanano nella vita reale, le masturbazioni cerebrali che si inerpicano in considerazioni hegeliane su cosa sia il soggetto, corpo, materia, o idea. Sti gran cazzi. Cosa fate voi che parlate di soggetti e di poteri dalle vostre sedie scaldate da culi grassi? Diventare animale, mangiandone le spoglie, parlare di potere, a capo del dipartimento di filosofia della Sorbona.

Nazionalismo. Sono nazionalista perché ogni volta che penso queste cose, mi accorgo stranamente che invece quelli che a volte critichiamo aspramente per comportamenti politici più o meno simpatici, alla fine le teorie se le sono scritte addosso con gli anni di carcere. Magari erano anche teorie che cercavano un sapere egemonico, ma di sicuro hanno colpito quei corpi con gli interessi.

Sono nazionalista perché mi ricordo ancora il 25 Novembre 2007. Essenzialista quanto ve pare. Ma eravamo là e ci abbiamo, ci stiamo, provando.

E la teoria ogni tanto potrebbe andarsene a fanculo. In maniera queer ovviamente.

(aka odio l’accademia, pippe mentali mon amour)

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I miss you

Mi mancate….

Tra la lotta alla precarietà:

<a href="http://vimeo.com/32328818">http://vimeo.com/32328818</a>

e il respingimento del controllo sui nostri corpi.

Bei risvegli. Ma un po’ di saudade.

[immagine da zero illustrazioni]

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Bite me, beat me

Il primo palo in testa, prima o poi doveva arrivare. Solo che a ‘sto giro mi ha rincoglionita più del solito.

E sto lì a pensare e ripensare a genere, classe e razza, doing e undoing, doing e undoing.

Forse dovevo nascere maschio, fare una facoltà scientifica, imparare a giocare a calcio. Mi sarebbe bastato un pene tra le gambe e invece sogno erezioni sulla coscia.

Ciò che è certo è il sussulto che ho provato. Il dispiacere dei tuoi tentennamenti durante e dopo. Sentirmi in colpa come un qualsiasi maschio ubriaco per aver voluto tutto, ed essermi fermata all’amaro in bocca. Il dispiacere di te che mi dici che non vuoi che io aspetti, aspetti cosa?, perché sei confusa e non sai. Mi hai detto sorry per avermi lasciato un segno. Io invece sono contenta di portarti addosso ancora qualche giorno.

Io nemmeno so. Non so niente. L’ultima volta che ero stata così era stato per una relazione tutta di testa. Forse è solo che non mi piacciono poi così tanto gli uomini, o meglio i loro corpi. Gli dò le spalle, non per evitarli, ma perché forse non mi piace così tanto vederli.

Stop it. M’hai detto. Stop, allora.

(e anche se poi sono corsa a casa, invece che nel letto in cui mi invitavi, volevo dirti stop anche no).

Però ho ritrovato la voglia.  E mi sono ritrovata a tratti dall’altro lato (il prendere più che l’essere presa) e mi è piaciuto. Se non esistessero i dildo, le dita e tutto il resto, penserei che aveva quasi ragione Freud. Invidia del pene. L’invidia di entrare dentro. Il fatto è che davvero certe volte mi sento più lui che lei. Nella fretta di fare tutto subito, nella voglia di far parte di un altro corpo. Ritornare “femmina” quando mi abbandono all’azione altrui. Alle mani, alla passività.

Siamo corpi e siamo costruzioni sociali. Siamo corpi che costruiscono società che a loro volta costruiscono noi. Possiamo performarci e far slittare un po’ la società verso qualcos’altro, sia questo qualcosa la reazione (gli insulti, le botte di fronte alla diversità) o la normalizzazione. Femminile e maschile, la prima divisione, la prima diversità? Slittare tra l’uno e l’altro, ma si può andare oltre?

Sono confusa, mi manca la pratica, mentre mi imbevo di teoria (di teorie).

I miss my sisters.

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Faszyzm Nie Przejdzie

Report di una giornata lunghissima, per Maldestra, se maldestramente lo carica.

Racconterò poi quanto sono brutti i fascisti polacchi e quanto sono carini i compagni, cui ringrazio ospitalità, rifocillamento, chiacchiere alla finestra mentre si aspettava L’ATTACCO.

Ora sono solo troppo stanca. Mam kac.

11.11.11

L’11 Novembre viene ricordata l’indipendenza polacca, dopo la capitolazione della Germania nel 1918 e l’inizio della seconda Repubblica. Come spesso accade in questi casi, la giornata di festa diventa un pretesto per i neofascisti, che attraverso organizzazioni nazionaliste (tra cui quelle di respiro “internazionale” come Blood and Honour e Combat 18,  o la più indigena ONR, organizzazione nazionalista radicale) di vario tipo celebrano la giornata all’insegna dell’intolleranza, della xenofobia e del fascismo, cercando tutela dietro la maschera del patriottismo.
Nel 2008 però, quando la marcia cominciava ad allargarsi alla “società civile” che sembrava non comprenderne i reali contenuti, alcune compagne hanno chiamato le realtà antifasciste al blocco, fisico e culturale di tali manifestazioni. Negli ultimi due anni tali realtà sono riuscite a deviare il percorso della manifestazione nazionalista, portando in piazza tutti i colori dell’indipendenza, dall’arcobaleno al nero.

Nonostante i media polacchi stiano cercando di raccontare la giornata come la solita contrapposizione tra opposti estremismi (hooligans destrorsi contro anarchici) chiunque sia passato per Varsavia ha potuto vedere una piazza allegra e festante, i palloncini e i colori, con tanto tanto fucsia…

(anche in prima linea, con i bookblock)

riprendersi una strada che sarebbe stata invasa da personaggi incappucciati di bianco, brandendo croci e bastoni (ma il Ku klux klan non era un fenomeno americano?) e urlando che quei froci degli antifa devono stare zitti…

I nazionalisti hanno cercato per tutto il pomeriggio di scontrarsi con la manifestazione antifascista, contrapponendosi con la polizia prima e i compagni poi, ma la determinazione della piazza ha impedito il passaggio del corteo nella via prevista, deviando la marcia fascista.
Anche i media italiani riportano che “durante le celebrazioni nel pomeriggio di ieri a Varsavia ci sono stati diversi scontri tra la polizia, alcuni gruppi di nazionalisti e un centinaio di attivisti della sinistra anarchica provenienti anche da Belgio e Germania. Gli agenti hanno arrestato circa 200 persone: ci sono stati una trentina di feriti, macchine bruciate e molti danni materiali per le strade della città. Tra gli arrestati ci sono molti anarchici tedeschi”, come se scontri e devastazioni fossero state causate dagli anarchici. Ma la piazza in cui si erano concentrati i nazionalisti testimonia la verità e sul sito della coalizione antifascista ci si chiede se sia questo quello che fanno le persone patriottiche:

(foto della piazza in cui i fascisti si sono scontrati con le f.d.o., Plac Konstytucji)

I fascisti si sono poi dispersi per la città, causando ingenti danni e attaccando chi ritenevano potesse essere della coalizione antifa o esercizi commerciali, anche solo per un nome poco gradito (ad esempio Bar Tel Awiw). E’ in una situazione simile che i gruppi di nazionalisti si sono scontrati con compagni tedeschi, poi arrestati (ancor prima di raggiungere la manifestazione). Come spesso accade i gruppi di attivisti dalla Germania erano già stati oggetto della costruzione di un caso da parte dei della stampa polacca durante le settimane precedenti al corteo….(Un articolo del 27 Ottobre in merito, per l’appunto in polacco).

Solidarietà con i fermati, Faszyzm Nie Przejdzie (il fascismo non passerà)

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