[Vegan] Torta del riciclo

Se la risignificazione ha un suo lato cuoco, ne siamo maestre!

Ingredienti:

polenta

avena

farina integrale

farina di glutine

zucchero

olio

acqua

mele o altra frutta

frutta secca

succo di frutta

Mescolare gli ingredienti in quantità casuale in modo che vadano a formare un impasto quasi omogeneo e abbastanza liquido, infornare.

Sperimentata alla ladyfest, con gli ingredienti che avanzavano dall’ultimo giorno.

Buona.

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Notte prima di Natale

24 Dicembre. Tradizionalmente in famiglia si va a casa dei nonni paterni. Una volta era il momento più ambito. Tanto da mangiare, gli zii che sembravano così simpatici e goderecci, un po’ ubriachi a fine cena, la cugina quella bona con gli occhi da gatta e il nonno silenzioso. Un sacco di regali belli alla fine. O così mi sembrava.

Col tempo gli zii simpatici sono stati riconosciuti per quello che erano (fascisti). E hanno smesso di venire al cenone per litigi familiari. La cugina si è sposata e passa la vigilia con il marito, mangiando per sformare il suo corpo già sformato, il nonno è morto e i regali si sono ridotti a una banconota.

In più si è aggiunta mia madre che borbotta alla fine della storia perché non si è mangiato pesce, ma carne (salvo per me, da un po’ di anni a questa parte), e sproloquia contro sua suocera.

Quest’anno eravamo io, i miei, nonna e la badante. La badante era la sostituta della solita e aveva appena 22 anni. Meno di me. Probabilmente le mancava la famiglia, di sicuro le sue tradizioni e i piatti tipici, perché un po’ ce l’ha fatto capire. Mia nonna non ha mangiato quasi niente, ma ha bevuto curva i suoi bicchieri di vino, per poi alzarsi e (forse) andare a vomitare e stendersi sul letto. Mia madre borbottava, mio padre ha litigato con mia nonna perché non voleva prendere le medicine e come una ragazzina faceva i capricci. Rimbambire, significa tornare bambini.

Il fatto è che a me è sembrata una Vigilia di merda, ma alla badante penso sia sembrata un po’ peggio.

La classe non è acqua. E a volte va riconosciuto anche dall’altra parte della barricata.

[inciso storico, gli aiutanti di Babbo Natale sono spesso rappresentati come ometti neri, come nella foto che rappresenta Zwarte Piet con Siinterklaas, il che non è un caso. Sarebbero infatti stati una rappresentazione degli schiavi neri che arrivarono in Europa con la colonizzazione seguita alle scoperte geografiche. La storia degli schiavi in Europa è – non casualmente – poco conosciuta, comunque per ora aggiungo solo che anche in Italia ve ne furono parecchi. Per altro ho letto da qualche parte di una fuga di una quarantina di schiavi da Villa d’Este a Tivoli in età moderna che deve essere stata un bello spettacolo!]

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Tutta la verità su quest’Apocalissi mancata

Il 21 dicembre ero con gli Inferno, che suonavano il loro ultimo concerto incolumi nonostante le profezie dei Maya. C’era chi mi imbruttiva, c’era chi mi portava regali, c’era chi nonostante tutto mi faceva diventare afasica e stupida. Ero felice, anche quando in una Uno a gpl ci fermavano le guardie. Il 25 dicembre ero al concerto degli Infine, c’era la digestione, c’erano i bassi che mi carezzavano lo stomaco, c’era chi mi imbruttiva e chi rosicava. Io pregustavo un’uscita abruzzese che si fermò in un rifugio a Tivoli, località che non pensavo così amena nella periferia romana, apprezzata dai romani, dagli estensi e dai burini. Ma pure da noi, dai nostri sacchi a pelo che non si sapevano incastrare, da un freddo boia e un fuoco ormai spento. Poi c’è stato lavorare a Capodanno, e poi beccare le sorelle, quanto erano belle ubriache, anche cogli occhi rossi del dopo vomito, e chi mi aveva fatto penare e un ex divenuto libro nelle mani del popolino, mentre io lo avevo stretto nel pomeriggio caldo e assolato di un quartiere noto per un carcere più che grande. E allora ciao a tutte e tutti i detenuti, anche per voi un altro anno, altri giorni, altri minuti senza libertà. E poi trovare tutti ed essere troppo lucida e troppo stanca e buttarsi su un letto e fare l’amore ed era un sacco di tempo che, molto più che da luglio. E mi è rimbombato nel corpo tutto, come un eco di piacere che si ripete. E si è ripetuto il piacere con viennese e cappuccino e poi al cinema, dopo il motorino in due sotto la pioggia come nei film. E salutare qualcuna, qualcuno. Con tutto il sonno negli occhi e una nuova occupazione sotto i piedi.

E via mail, allora baciami, stringimi che poi non ci vediamo più e io torno a chiedermi se sono lesbica se sono adatta. E poi mi manchi, ma ti voglio bene e faremo le nostre vite e io ti abbraccerò di nuovo tra un biglietto e l’altro per un aereo a basso costo.

 

Colonna sonora.

Immagine da elninodelaspinturas

 

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Armi di distruzione di massa

La domenica mattina prima del Natale, festa della luce e del Sole vittorioso, fa male leggere certe notizie sul giornale, magari accostate a una pubblicità ammiccante al consumo, all’amore familiare, al mangiare. Perché se la repressione contro chi protesta per l’incidenza degli stupri a suon di idranti e manganelli fa girare le budella, non è migliore vedere che si invochi alla sicurezza e all’impiccagione. Nonostante ancora non abbia chiaro quale sia la “giusta” risposta contro chi stupra, sono sicura che non sono né il carcere né la pena di morte. La morte sociale forse, l’isolamento e lo schifo che chiunque dovrebbe provare verso qualsiasi sessista, moltiplicata per un miliardo contro chi usa il sesso come strumento di controllo e potere. Il patriarcato è davvero un’arma di distruzione di massa.
Allora è proprio oggi che ha senso tradurre “Donde yo mando“, il testo scritto da Helen La Floresta, del quale avevo già incollato il video. I nostri corpi, dove comandiamo, dove non ci lasciamo comandare, colonizzare.
Contro ogni donna stuprata o offesa siamo tutte parte lesa.
Ci colpiscono come schiaffi gli omicidi a Ciudad Juarez, gli stupri etnici, quelli in famiglia, le donne mandate a morte dopo essere state stuprate. Perché ancora c’è chi parla di stupri legittimi e non sono solo fondamentalisti islamici.
 
un corpo nudo
non è solamente
un corpo nudo
è un prodotto commerciale
un’arma di coscienza di massa
un territorio in guerra permanente
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Cosa può un corpo?

Avrei voluto scrivere un post sulla malattia. Su questi corpi che tutto d’un tratto decidono che qualcosa non va e sia come sia si mettono a stravolgere l’ordine delle cellule, degli atomi, a mangiare se stessi, come i corpi delle anoressiche fanno per volontà, ma senza volontà. Le metastasi si espandono e le si lascia estirpare, ponendo il proprio corpo la propria vita la propria carne sotto il verbo il potere il discorso medico. A volte i corpi non ce la fanno. Ai familiari non rimane che curarli, curarsi, stringersi nelle carni proprie e abbracciare le carni che se ne vanno, che si preparano a diventare terra e rientrare nel circolo degli infiniti mondi.

Ma.

Dio diventa corpo e la materia inerte si fa carne e sangue, attraverso un atto performativo, la parola e il gesto. E allora il corpo si avvicinava a dio nella sofferenza. Nella sofferenza del cilicio, del digiuno e della contemplazione. Nelle estasi si faceva l’amore con la divinità tutta. Nelle estasi si osservava divenire l’ostia carne. Gli spazi di libertà che i corpi si prendono sono a volte inaspettati nella loro imprevedibilità di fronte al potere.

Ma.

Questo potere che ci forma si somatizza in operazioni chirurgiche. Vogliamo essere più vicine a quello che pensiamo di avere dentro. Dio è dentro di te, ma ha sbagliato a plasmare l’argilla e allora andiamola a cambiare. Più tette, più culo, più labbra. Si finisce con l’essere altro, divenire donna, altro che Deleuze. O divenire uomo chissà. C’è una prima volta per tutto. Anche per toccare corpi trans. Anche per sorprendersi nel toccarli. Un massaggio collettivo, un’abbraccio a tante braccia, una sessualità che resiste.

La contrasessualità è una creazione artistica e noi siamo le artiste del punto G. La mappa del mio corpo si compone di milioni di dildo, tanti orifizi quanti sono i pori della mia pelle e potrei venire sfregandoti il collo con il naso, mentre mi penetri inaspettatamente un punto considerato impenetrabile. Stolto quello che un giorno mi disse “Si ma con l’incavo del braccio di sicuro non vengo”. Lo abbiamo confutato. Collettivamente, con la pelle, con le mani con la testa.

E in mezzo a tutti questi corpi, c’è il mio corpo. Il mio corpo che sono io, che reagisce, che  si immobilizza. Soma di tutte le semantiche che si sono sviluppate attorno alla mia vita, che perde il pelo ma non il vizio, che imbianca ad andare con gli imbiancati, la cui capacità riproduttiva esplode e si annulla di fronte allo stress. Un corpo plasmato dal discorso collettivo, dal movimento, nel senso del poco sport che faccio, dal movimento nel senso di quello dei movimenti che ha fallito e che me lo scrive addosso. Polmoni che hanno respirato CS, ma testa che non è stata ancora mai rotta da un manganello. Figa penetrata da troppe persone che non ci si sarebbero dovute avvicinare, ano lavorato da lingue mani peni dildi, ma soprattutto bocca che ha dovuto ingoiare troppe volte lo schifo prodotto da questa società, il fascismo, la violenza sessista, la molestia indiscreta che si ripropone per strada, a casa, nel centro sociale.

Il mio corpo, le mie braccia contengono inscritti in cicatrici, tatuaggi, piercing ma soprattutto malattie psicosomatiche. La storia che mi appartiene, che è un po’ quella di chi ho incontrato. Il mio corpo è il mio diario, la mia anima e la sola cosa che ho veramente, per quanto questo possesso sia precario.

A seguire, due poesie, che un giorno magari tradurrò anche. Continue reading

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Il sorriso della Medusa: un 24 Novembre antifascista, un 24 Novembre femminista

You only have to look at the Medusa straight on to see her. And she’s not deadly. She’s beautiful and laughing…. We’ve been turned away from our bodies, shamefully taught to ignore them, to strike them with that stupid sexual modesty; we’ve been made victims of the old fool’s game: each one will love the other sex.

Helene Cixous, The Laugh of the Medusa

La Medusa ridente, la Medusa viva, attiva, che pietrifica, che contrasta un potere maschile fatto di menzogne. La Medusa potente, che non si può guardare, che Perseo uccide, nel sonno, da vero eroe. Maschio e patriarcale rappresentato quasi come uno stupratore. La Medusa irrazionale, mostruosa come solo la natura sa essere, femmina, come viene rappresentata nella scultura, nell’arte, nella parola.

Mostruosità e abiezioni, oggi è il 22 Novembre e sono passati solo due giorni dal giorno in ricordo di quelle mostruosità assassinate perché trans. Tra tre ricorrerà invece il giorno in cui si ricorda la violenza maschile sulle donne, altri mostri uccisi da questa società, in nome di un “se l’era cercata”. Le Meduse fanno ancora paura, ancora abbiamo bisogno delle Meduse.

Beato il popolo che non ha bisogno di mostri! Beato il popolo che non ha bisogno di martiri!

Eppure la Medusa e la sua femminilità vinta sono anche il simbolo di qualcos’altro. Di quel corteo e di quell’aberrazione che porterà di nuovo nelle strade di Roma un manipolo di idioti vestiti di nero, che si identificano con Perseo e il suo piccolo sesso*. Nonostante si parino dietro la Concia di turno, non ci caschiamo.

La Medusa non è morta, non è mortifera. La Medusa è bella e sorride ed è potente. Va oltre gli schemi di genere, è femmina, trans, frocia e molto di più. Se ne frega di chi se ne frega. La Medusa è una figura politica.

Per questo scendere in piazza il 24 Novembre è femminista e antisessista, oltre che antifascista. Per questo il corpo che ci portiamo dietro non è solo mezzo di riproduzione, ma elemento attivo, reattivo, contrappositivo.

Chi dà la vita dà la morte, dice il corpo della donna, rappresentato dalla Medusa. La morte del fascismo, dei fascismi, non sarebbe poi un assassinio così penoso.

Siamo tutte antifascisti! – SABATO 24 NOVEMBRE MANIFESTAZIONE ANTIFASCISTA ORE 14:30 PIAZZA DELL’ESQUILINO

La grande mobilitazione di questa settimana che ha messo in rete tantissime realtà antifasciste anche molto diverse fra loro, ha ottenuto che non venisse consentito ai fascisti di sfilare per le strade del centro di Roma, dove dalla mattina si svolgeranno le mobilitazioni degli studenti e di tutto il mondo della scuola e della conoscenza. Casapound decide infatti di spostare il suo corteo nazionale contro l’austerity nel quartiere più alto borghese di Roma! E lì, nelle vie dello struscio della Roma bene, loro ambiente naturale, terranno la “grande marcia nazionale” contro il governo Monti, tra SUV e localetti alla moda.Come antifascisti e antifasciste manifesteremo comunque sabato 24 a partire dalle ore 14:30 a Piazza dell’Esquilino per ribadire ancora una volta che i fascisti non hanno nessuna legittimità a sfilare e per dire che è una vergogna che il Comune di Roma, che taglia sui servizi sociali e ha un deficit di cui nessuno conosce l’entità, stanzi quasi 12 milioni di euro per regalare lo stabile di via Napoleone III agli squadristi: contro l’austerity vogliamo chiudere Casapound e tutte le sedi neonaziste, sostenute e foraggiate dalla giunta Alemanno con patrocini, fondi e posti di lavoro!Saremo noi gli antifascisti a riprenderci le piazze e le strade del centro di Roma dove avrebbero voluto sfilare i fascisti “del terzo millennio”, riprendendocele fin dalla mattina al fianco delle scuole e dei giovani precari e precarie in movimento: a loro lasciamo la riserva indiana della Roma per bene.Appuntamento ore 14:30 piazza dell’Esquilino

Gli antifascisti e le antifasciste romani Continue reading

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Vulcanizzazione

Si finisce così, di casa in casa, rotolando su divani e letti e poltrone letto. E si vedono città dimenticate e città che non si sarebbero mai immaginate. Si vulcanizza sulla propria pelle il desiderio e la paura, si leggono nei sogni catastrofi annunciate e la speranza di sopravvivervi e di tenersi per mano.

Come per l’antica civiltà della caffettiera, restare io te e un vecchio con la barba.

Il corpo, quello non c’è più.

C’è il corpo di chi è rimasto sotto la nube di polveri vulcaniche e c’è il corpo mio che non riconosco, coperto da un drago rosso come il fuoco l’amore e la distruzione.

Le compagne non si vedono, chissà se si sono salvate.

Chi è sceso nelle strade è rimasto immobilizzato dall’incapacità di organizzarsi. Chi è sceso nelle strade non ha avuto più capacità di vedere il mondo di fronte, solo quello prima. Lo sciopero della cura, che non sia per la cura di noialtrx. Cuidate, compagna! Prenditi cura di te. Prendi la merce.

Di nuovo, i corpi. Nelle nostre cicatrici, nelle nostre braccia martoriate, nelle nostre gambe gonfie per la ritenzione idrica dell’essere state troppo in piedi, aver viaggiato nelle ultime classi con gli ultimi migranti con i disagi dei turisti che non sono i disagi di chi così vive mentre il mal di mare mi faceva passare il bisogno di andare al bagno.

Abbracciamoci un’altra volta.

Ho bisogno di femminismi oltre le mura di un’università. Voglio prendermi l’aria, la vita, la città.

Che di tempo ce n’è troppo poco per aspettare.

Collage sparso di viaggi, sogni, manifestazioni, cicatrici.

Oltre alle foto semituristiche, courtesy of google images, il link è: http://www.kozerawski.com/

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Calabaza oh, mia calabaza!

La calabaza è la zucca, amica della tavola invernale in Italia come in Spagna.

Con la calabaza, di cui possedevamo oneste quantità da settimane, ho fatto di tutto: torte dolci e salate, risotti e tortellini (fatti a mano).

Quello che ho voglia di condividere è la torta salata di mia invenzione che rappresenta il maggior successo della fiesta de la calabaza organizzata qualche tempo fa.

Ingredienti per la pasta:

Farina 200 g

Birra

Olio di semi q.b.

Sale q.b.

Ingredienti per il ripieno:

Zucca cotta al forno (1/4 di una zucca piccola)

2 uova

1 cipolla

Olio extravergine d’oliva

Spezie (il timo con la zucca sta sempre bene)

Sale

Per la pasta basta mischiare gli ingredienti e fare una “palla” della giusta misura e abbastanza elastica da essere stesa sulla teglia prescelta. Il peso della farina è indicativo: di solito faccio a occhio.

La zucca va cotta al forno, in pezzi piccoli e stagnola, con la massima temperatura, dovrebbe bastare mezz’ora. Intanto tagliate la cipolla e soffriggetela con un po’ di sale.

Quando zucca e cipolla sono pronte e fredde possono essere mischiate alle uova sbattute con sale e spezie (più spumeggiante saranno più cresceranno). Il ripieno va poi messo sulla base precedentemente stesa e lasciato in forno per circa mezz’ora a 180-200°.

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In principio era il dildo…

Che sul lavoro di Kubrick si potrebbe fare tutto un discorso della mascolinità, lo dico da tempo. Ma mai mi ero accorta di quanto il regista, attraverso il suo dildo-camera stabilisse un contatto con dildo-simbolismi di un certo livello. Che d’altra parte, assumono il loro ruolo dildotettonico senza particolare fatica. La scimmia e il monolite civilizzante, manca solo dell’orgasmica espulsione di liquido per seguire alla lettera un esercizio contrasessuale.

Per non parlare del dr. Stranamore e della sua bomba.

Ringrazio Kubrick per averemi regalato un feticistico sguardo sul reale da quando ero ragazzina e volevo diventare una regista (progetto abbandonato una volta capito che il mio Edipo non aveva nessuna intenzione di morire).

Ringrazio Beto Preciado per avermi illuminata con un altro Manifesto.

Marx, Haraway, Preciado. Vi amo come amo i vostri fantasmi quando si aggirano per l’Europa.

…more info later

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Melecotogne, queste sconosciute

Prendere la frutta e la verdura in una cooperativa orizzontale, ecologica, solidale, a volte riserva dei rischi. Uno di questi è scoprire con orrore che

1) non si sa come siano fatte le mele cotogne

2) che una volta scoperto di averne un paio di chili in dispensa non si sappia come cucinarle.

Le strategie di resistenza alla crisi riguardano anche imparare nuove ricette. Propongo quindi tre modi per scappare alla mela cotogna!

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