Primavera

Io ho gli ormoni a mille e rischio di fare danni.

State attenti.

(mattinate di  postumi e boccuccia deliziosa che se vuole un bacio non ha il coraggio di mentirrrrrrrrrrrrrrr…)

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Saluti precari

Volevo parlare di precarietà e mayday e sono finita a fare il solito post esistenziale, però il personale è politico, si sa.

A me i saluti mettono sempre malinconia, specie quando è alle prime della classe che saluto, cioé zii e zie che mi sono scelta dopo anni di immobilismo di movimento, tra una e l’altra trasferta.

FACEZIE

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Oh mia Dea! May-day(s)!

Ci siamo detti di uscire dalla narrazione della sfiga, ci siamo dette che ora basta sorrisi anche quando pulisci il culo a vecchi e bambini perché in questo paese non c’è un cazzo di welfare che ti sostiene.

Mi sono detta che oltre che il reddito voglio un ambiente vivibile, uscire indenne dalla metropoli, sapere, sapori, voglio essere felice perché la felicità è sovversiva quando si collettivizza.

Per tutte e tutti quelli che dopo la sfiga vogliono la figa (e un sacco di altre belle cose) il finesettimana milanese maggi-c-o sembra interessante, tra un sapessi com’è strano il postporno a Milano e la Mayday, e già che ci siete, se fate un salto sabato a ZAM, sostenete Milanox, al ritmo dello ska (almeno spero, perché la reggae non la reggo!).

Il tutto mentre beatificano quel simpaticone di Wojtila, che ha appoggiato la dittatura cilena e infamato la rivoluzione sandinista, ha gettato anatemi sul preservativo aiutando la diffusione dell’Aids in Africa e tante altre belle cose…

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Quando le nostre labbra parlano di amori da riot

La voce, questo oggetto e soggetto che ci portiamo dentro e dovrebbe sviluppare i nostri pensieri e invece così spesso si incarta sulle palline da tennis che abbiamo ingoiato da piccole, quando abbiamo imparato cosa si dice e cosa non si dice…

L’udito, questo senso sempre aperto, sempre acceso sempre nostro, che si spegne piano con l’età e ci fa dimenticare i fruscii e l’ovattato che sentivamo dall’utero. Sussurrarsi piano che ci amiamo.

Io l’ho fatto su pornosotrx, un progetto di mi’ zia Slavina, per non scordare tutto l’amore che una piazza ti può dare. Chissà che ne avrebbe pensato il Bernini, di quella piazza!

Ricordi di resistenza, condivisi non casualmente un 25 aprile un po’ strano.

E ancora, condivido un testo che mi è piaciuto molto di Luce Irigaray e che ho preso da qui.

Quando le nostre labbra si parlano

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Antropologie da supermercato

L’unica cosa buona di lavorare in un supermercato è osservare la varia umanità che lo attraversa.

A partire da chi ci lavora, dalle commesse gentili e superacchittate, ai salumieri che sono sempre in vena di battute con doppi sensi di scontata natura.

Ma le persone che preferisco in assoluto sono quelle che si mettono la tuta, ma tute belle e ricercate, per fare la spesa. Insomma, non da salto giù dal letto e scappo al supermercato…

Poi ci stanno i darkettoni con le infradito, e le felpette con i gruppi metallo.

Le vecchiette e i vecchietti senza dentiera che si umettano le labbra con la lingua e non sentono quello che gli si prova a dire.

I gruppetti di pischelli e pischelle che fanno la spesa per andare in vacanza, con le pischelle certamente più pratiche che chiedono se ci sono le stoviglie di plastica e vogliono fare il pranzo di Pasqua con primo, secondo e contorno.

Ci sono i coatti e le coatte, coperti di lustrini e scritte sui pantaloni, che hanno quell’impeccabile stile senza tempo, uguali da quando ho memoria…

In ogni supermercato, anche quello più chicchettoso, ci sono persone che non c’entrano tanto. Possono essere gli operai rumeni che lavorano nel cantiere accanto, i  tossici che cercano il dentifricio, o i rom che comprano la verdura (con passeggini pieni di cavoli).

Anche gli acquisti della gente sono interessanti e dopo Berlino non si può fare a meno di notare quanto gli italiani, anche i più carnivori, acquistino verdure fresche.

E menomale, che in questo bel paese non ci sono tante cose buone, ma almeno le verdure sono una gran cosa!

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Il prezzo del prezzemolo

Questo è uno dei video con cui ho conosciuto da lontano Vittorio.

Grazie a flik3r, con un abbraccio.

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Mattinate postdepressione da cronaca

Ieri sono stata male. Tanto. Per la morte di Vittorio Arrigoni. Per il dispiacere che questo deve aver provocato in un paio di persone che lo conoscevano. Per la perdita di una persona impegnata e coraggiosa. Sono stata male pure perché sono incatenata a passati sovrapposti che mi costringono, sarà per questo che al workshop di bondage che ho seguito, ho sentito il gusto strano dei legami?

Condivido un’immagine, che in qualche modo riassume tutti i miei malesseri di ieri, e un articolo. E già che ci sto il video di Al Jazeera sull’onda di rivolta nei paesi arabi.

Un altro malessere è stato sentire nell’aria odore di antisemitismo anche in occasione di questa morte, dolorosa e legata alla questione palestinese, ma non provocata dagli israeliani.

Nella tradizione ebraica c’è una storia che mi ha sempre affascinata. La storia dei Giusti. Si racconta che in qualsiasi momento della storia dell’umanità ci siano sempre 36 Giusti al mondo. Nessuno sa chi siano, nemmeno loro stessi, ma sanno riconoscere le sofferenze e se ne fanno carico, perché sono nati Giusti e non possono ammettere l’ingiustizia. E’ per amor loro che Dio non distrugge il mondo.

Chissà che Arrigoni non fosse proprio uno di quei 36.

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Restiamo umane

http://www.youtube.com/watch?v=SblB2O7AfP4

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Trullus de Maximis

Ho già parlato di uno dei posti di Roma che mi emoziona. Ce ne sono tanti altri.

Uno di questi è sicuramente il trullo. E ci ho pensato tanto in questi giorni di avanti e indietro da quelle parti. Ci ho pensato perché ci sono stati momenti in cui quasi mi mettevo a piangere a pensare a guardare quelle palazzine basse e gialle, che ho visto tutte le volte che hanno ricoverato i miei nonni all’ospedale israelitico. Che poi è uno dei migliori ospedali di Roma, perché nonostante si parli di tirchieria, evidentemente questa è più diffusa nelle cattoliche comunità che gestiscono gli altri ospedali pubblici di Roma. Pareti blu, psichiatri, stanze da due con bagno in camera. L’odore di primavera e quello della pesantezza che tutti gli ospedali hanno. Una volta ci è finita mia nonna, in crisi totale con se stessa, senza riuscire più a muoversi, disidratata. Io stavo dormendo a casa loro.

Ed è strano come certi ricordi rimangano impressi nella mente, ritornino in momenti insospettabili.

Del trullo mi ricordo anche una di quelle scopate leggere e belle che capitano raramente. Casa popolare, con cortile interno, bambini che giocano, signore alla “te lo buco quel pallone”. Casetta recuperata e sovraffollata da gioventù varia, attaccapanni appoggiato alla porta, senza chiave, per evitare che entri qualcuno dei coinquilini. Tekno in sottofondo, scivolarsi dentro piano. Nel mio ricordo forse falsato, anche la cinematografia di un orgasmo simultaneo.

Mi piacciono le periferie. Nonostante tutto. E’ che alla fine quei tipi che si reggono poco in piedi sul mio autobus (che non è uno di quegli autobus da manomorta), mi sembrano più reali dei tipi in rayban giacca e cravatta. Mi dispiace solo che aumentino, stazionino sempre più spesso nelle fermate di un quartiere da cui pare non escano. Mi piacciono le signore piazzate, i cortili con un po’ di verde, le palazzine costruite col sudore di chi le vive o le ha vissute. La signora che cerca tesori buttati nei cassonetti.

Non riesco a pensarmi a vivere in centro, in nessuna città, ma soprattutto a Roma, dove la periferia è ovunque, basta solo cercarla.

Alla fine a me piace la musica di periferia.

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Quanto è corpo una voce che trema?

Abbiamo ascoltato la nostra assenza,  percepito la nostra vitalità in suoni morti.

Ero a Vienna mentre tu parlavi come ogni martedì e io ti ascoltavo in diretta solo per entrare in contatto con te. Quando è finito tutto ho smesso.

Provare la seduzione solo attraverso l’esperienza vocale. Ci vuole esercizio.

Raggiungere l’estasi attraverso il suono. Ascoltare favole notturne, come quando si ascoltavano le fiabe cantate su cassette a nastro.

Nell’assenza del corpo, tutto il corpo dentro. Elisione di sensi solo per la percezione di un altrove che non sarà che nella nostra voce.

La mia è spenta come il mio corpo.

Vorrei vibrare buone emozioni come al concerto della mia vita, sentire una cassa che mi rimbalza nel petto, mentre lo stomaco si chiude e io mi innamoro di nuovo o piango e urlo come se tutto fosse finito.

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