Allerta! All’huerta!

Capita così che si esca di casa all’alba, che è così lenta, così fredda, così tarda, in questa terra di ovest quasi le colonne d’Ercole.

Ci si ritrova con le sciarpe al collo e la macchina fotografica e i pantaloni più comodi che si hanno. E poi ridere e svegliare tutto l’autobus con la propria voglia di.

Si arriva nel posto da dove arrivano le verdure che si sono mangiate fino al giorno prima. I pomodori ciliegini più brutti e buoni del mondo.

Ci si divide in squadre, o ci si mette a pelare patate. Poi si prende la zappa, il coltello, la pannocchia, la patata. C’è più alternativa qua che tra tutti i perroflautas della città.

Stancarsi per il sole, le chiacchiere in tre lingue.

Se non ci fosse la Coca Cola, compagnia multinazionale che distrugge la terra e uccide lavoratorici, sarebbe il Paradiso. Ma i paradisi li abbiamo perduti da tempo e a noi non resta che ridere.

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Perché tante menate?

Credo nelle rivoluzioni lente, senza le quali non ci sarebbero mai quelle improvvise, violente e belle come i fuochi di artificio, o senza le quali dei fuochi d’artificio resterebbero solo scintille isolate.

Credo nella terra, nelle braccia rubate all’agricoltura e in quelle che ci ritornano, credo nella campagna più che nella città.

E quindi tremate, le zappe son tornate.

Rote-bete Fraktion.

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Di stereotipi e slutwalking

Mi avevano detto e ripetuto che in Spagna c’era un po’ più di libertà sessuale, che camminare per strada era più tranquillo, che ci si poteva vestire come si voleva.

Erano solo fregnacce.

La verità è che in Polonia, che è un posto che sicuramente non è noto per l’antisessismo militante, me ne andavo in giro con le minigonne più mini a notte anche parecchio fonda e mi sarà capitato due volte in un anno di sentire commenti in merito. In questa città della Spagna del Sud in cui mi trovo mi capita due volte a notte, pure se sto con i jeans (e si sa che i jeans sono notoriamente disincentivanti allo stupro…ve lo ricordate?).

Si dice anche che in Spagna l’unione sessuale tra persone consenzienti sia piuttosto facile, sarà pure vero, ma per ora la prima cosa che mi è successa arrivando è stato perdere la spilletta che avevo appuntato sulla giacca “have sex hate sexism” e mi sa proprio che è un brutto presagio…

In compenso si pensa che le città del Nord siano più pulite di quelle del Sud, ma credo che Parigi sia tra le più puzzolenti in cui sia mai passata.

L’unico stereotipo che mi sento di confermare è quello che vede i vegetali brutti essere più buoni: ho mangiato dei pomodori che nemmeno avevo riconosciuto come tali, che erano così rossi e succosi all’interno che era roba da non crederci.

Evviva gli orti e i gruppi d’acquisto, allora.

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Di cose da dire ce ne sarebbero parecchie. Di come mancano le compagne, di come spostarsi continuamente a volte faccia perdere la bussola. Di come ci siano posti belli da scoprire, persone da conoscere, ricerche da fare e cose da studiare.

Però per ora vado a fa la spesa.

Immagine da http://www.tumblr.com/tagged/polaroid-vintage-retro-seventies-novi-sad-serbia-vojvodina-neusatz

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Sul principio ultimo di piacere – no, means no

Dall’ultima volta che ho aggiornato queste pagine ne sono successe di cose. Troppe per essere raccontate e per avere il tempo di raccontarle.

Tra queste ci sono un sacco di no.

No a gente che mi piaceva, ma che non mi convinceva. No, perché non si fa sesso per colmare i vuoti propri e nemmeno quelli altrui. No perché no e basta. Perché le coccole me le faccio da sola. Perché se sorrido, è solo perché sto bene. Perché chi vorrei è troppo distante. Perché, diciamolo, in una società in cui la libido è capitale, ogni tanto mi piace stare sulle mie.

Manca, non manca. A tratti sì.

Il piacere della carne. Il piacere di una fantasia di labbra che non esistono, o sono lontane. Il piacere della masturbazione. Dell’immaginazione. Oggi sto solo con me. Ma chi ha detto che non c’è?

E poi c’è il giudizio. Chi ti vuole santa. Ma santa non sono e non potrò essere.

Chi ti vuole malvestita. Ma a me piace vestirmi “bene” anche quando vado negli squat. O magari solo là. Chi ti vuole più vestita, perché poi non si sa mai che succede in giro. Chi ti vuole meno vestita perché se stai sempre così coperta chi ti si piglia.

Chi ti vuole sul mercato matrimoniale. Ma io sto bene da sola. Mi faccio gran pacchi di cazzi miei. E a volte anche altrui. – quando si parla di contratti è un’altra storia ma ve la racconterò un altro giorno –

Chi vorrebbe che ogni prestazione fosse gratis. E chi giudica chi commercializza la propria abilità di avere rapporti sessuali. Sulla gratuità dei servizi di chi in nome dell’amore (mio) pretendeva ancora altro, ci scatarro riccamente su. Rimpiango di non aver quantificato.

Sono una bisbetica in tubino. Una zitella a chiappe all’aria.

Ma il mio spazio è mio. E nessun@ ha il diritto di entrarci, di dirmi che cosa fare o cosa non fare, sia questo scopare, non scopare, vendere prestazioni sessuali, non venderle o smettere di farlo.

Ho il diritto di difendermi. Ho il diritto di non vedere la mia dignità violata in nessun caso.

Non siamo colpevoli, non siamo vittime. Al di là del principio del piacere e del provare piacere, c’è il principio di piacersi.

E ho deciso che mi voglio piacere.

Dedicato a chi si riprende gli spazi, le feste collettive, le strade, circonda i parlamenti. Alle donne che reagiscono e a quelle che non lo fanno, perché le hanno cresciute al silenzio. A chi si siede e alza le mani, a chi le guardie rompono la spina dorsale, a chi il giorno dopo prende i bastoni. Alle curve delle donne sempre sbagliate e al conoscersi del corpo. Alle passeggiate delle troie. Al feminist blog camp a cui di nuovo non posso partecipare.

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Via

Groppo alla gola.

 

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Sacri fuochi

Il fuoco purifica, lava, disinfetta.

Nelle ferite del fuoco bruciano gli eretici, bruciano le streghe. Nelle ferite del fuoco bruciano la santità di Giovanna  d’Arco e di Margherita Porete. Bruciano le passioni, bruciano le nostre storie. Bruciano i volti sfigurati dall’acido e le vite delle persone cui appartengono.

Il fuoco è sacro.

Il fuoco per punire le prostitute, illuminare attraverso i loro corpi le vie di periferia in cui la morale le ha cacciate. Il fuoco per bruciare i rifiuti dove non ci sono discariche, per eliminare le salme inutili degli ebrei, dopo averne tratto il possibile, anche parrucche, sapone e coprilampade fatti di tatuaggi. Il fuoco che punisce le nuore indiane, come fosse incidente domestico.

Il fuoco per bruciare le ambasciate, nella contrapposizione mendace tra civiltà cullate dallo stesso mare, quel Mediterraneo violento e maledetto dalle crociate alle bombe.

Il fuoco, principio vitale e maschile per gli antichi era custodito dalle Vestali. Ma quel fuoco è spento da tempo.

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Apologia di una pornostar

Oggi voglio parlare dell’oggetto del mio desiderio platonico da quando un film di Cronenberg (Crash) ha risvegliato i miei ormoni silenti.

L’oggetto del mio desiderio è Stoya. Anche se mia zia Slavina proponeva di supportare una pornostar locale io mi lancio nel mondo del commerciale, che per altro conosco solo di riflesso, grazie a blog come questo, proprio perché di solito si fa pagare.

Mi va di parlarne per due motivi.

In quesi giorni di rimpalli polemici su quanto abbia senso il situazionismo anarchico, leggere le righe che scrive Stoya sul suo blog mi fa piacere. Mi fa piacere perché scrive cose sensate, ad esempio invitando a stare attent* alle malattie sessualmente trasmissibili al di là delle mistificazioni sensazionalistiche che si trovano sulle riviste. Se capite l’inglese, anche le  riflessioni sul corpo/ un corpo che è anche strumento e prodoto al tempo stesso di lavoro, sono molto interessanti.

Ma è piacevole anche trovare linkati post che parlano di femminismo (sarà che non me lo aspettavo). Nello specifico quello di Amanda Palmer (altra tipa che vi consiglio di conoscere) in cui si attaccava chi dice cosa fare alle femministe, nello specifico che “le vere femministe non flirtano con i maschi”. Ah, beh. Come non concordare con l’assunto che: “la mejo femminista, fa esattamente quello che vuole fare”? Ecco, e questo valga come appunto quando si parla di chi guardare, cosa indossare e come fare la propria lotta.

L’altro motivo è che mi piace tanto. Facile facile. E mi piace (a volte) condividere i miei piaceri.

La rielaborazione della foto è mia, la foto originale di la trovate su Fuck Yeah! Stoya insieme a tante altre interessanti. Per la colonna sonora:

ps. godetevi questa apologia del sesso insicuro sotto scusa medica e indignatevi.

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Epifanie

Dopo l’assunzione giornaliera della propria dose di gelato, con l’amico tossico di fiducia con il quale si va completando una relazione completa delle gelaterie artigianali della città, si parlava al solito di massimi sistemi.

La scienza, la conoscenza, la coricerca e la ricerca. Ci angosciavamo nell’uso più o meno responsabile degli stessi. Dove e come sottolinearne la non neutralità, la soggettività e socialità? Quale sapere vogliamo produrre, riprodurre e difendere? Parlavamo di Donna Haraway, Kuhn, filosofia della scienza e scienziati.

A un tratto, l’epifania. Continue reading

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Questo sesso che non è il sesso, questo amore che è piripicchio

Croniche cronache estive. Di questi postumi d’estate italiana che mi porterò per i pezzi di mondo che visiterò.

Montagna. Dopo quasi un anno senza avevo bisogno di tornare a respirare i monti, riempirmene i polmoni, gli occhi, le mani. Avevo bisogno di colline, salite, discese, gambe che fanno male. Quest’anno nella pianura polacca ho fatto l’amore e baciato e discusso. Arricchito il mio piccolo bagaglio di sapere. Ma ho perso le compagne, che poi è sempre bello sentire, vedere, abbracciare. Aprire i microfoni, aprire le orecchie, scrivere risposte.

Poi ho provato a fare l’amore di nuovo e ho deciso di rimandare il tutto a quando farà freddo e avrò la mente sgombra e riuscirò anche ad addormentarmi dopo, non a essere invasa di pensieri e avere voglia di rifarlo anche quando fa troppo male, e viene voglia di dire basta e abbracciami che non me ne frega niente di questo sesso che non è il sesso e fa troppo caldo pure per abbracciarsi. Continue reading

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Militanti ignoti

– […] fra i tuoi compagni ho trovato soltanto malcelata aspirazione alla santità e vocazione al martirio. O la ferocia del dogma per nascondere la paura della ricerca, della sperimentazione, della scoperta, della fluidità della vita. Se lo vuoi sapere, non ho trovato nulla che assomigliasse alla libertà del materialismo. E sono fuggita via, sì, perché non avevo intenzione di cadere in un tranello forse peggiore della Chiesa alla quale sono sfuggita.

– Ma Modesta, ti rendi conto? Tu neghi il sacrificio e l’abnegazione di chi lotta per la causa del proletariato, per una società migliore senza differenze di classe, senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza…

– Io non nego nessuna lotta! Critico l’atteggiamento del pensiero che è troppo poco differente da quello del vecchio mondo che voi volete combattere. Pensando come pensate voi, nella migliore dell’ipotesi, si costruirà una società che sarà una copia, per giunta scadente, della vecchia società cristiana e borghese.

– Ma per le trasformazioni profonde ci vuole tempo. Prima bisogna battere la borghesia con la rivoluzione e mutare i rapporti di produzione. Tutto il resto, poi, verrà da sé perché cadranno le sovrastrutture create dall’ideologia borghese…Intanto io volevo parlare di noi. Non capisco cosa c’entri questo discorso teorico.

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi, 2008, p. 168.

Stessa noia, meno gioia. Il libro però è vivamente consigliato…

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Booooom

Non bisognerebbe mai ritornare.

Gli input bombardano l’esule come se fosse un bersaglio facile. Sono successe troppe cose. Mi sono rotolata dopo la laurea in fanghi pieni di ansie e preoccupazioni.

Che farò domani?

Perché lui non è passato?

Mi vorrà di nuovo?

Scoprendo nuove persone vicine e un po’ di disagio. Non è sempre facile gestirsi, specie quando non si ha più memoria di quello che si è fatto. E poi vomitare tutto, gesto di digestione mancata, come per questa mia Roma bella che è così crudele da inghiottire tra porte a prova di proiettile persone. Fa caldo lì dentro. Fa caldo in quell’Inferno tutto umano che gli abbiamo costruito. Non si possono digerire la devastazione e il saccheggio. Non si possono digerire le questioni fuori. La vita noiosa tra le solite polemiche, la voglia di andare avanti, la voglia di fare qualcosa di diverso. Quest’estate mi dò al video.

Intanto c’è chi si dà alla Valle. Fuochi di resistenza alla galera in cui è stata serrata la montagna.

Menomale che qui invece c’è la mia discreta clitoride, sempre stata fedele e che mai mi tradirà.

E i gelati. I gelati sono buoni, ma fan spendere milioni.

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