Ed è solo amore se amore sai dare

Altrimenti si può sempre dare la fregna, il culo, il cazzo.

Per questo non posso fare a meno di segnalare qualcosa di favoloso (incontrato per gentile concessione di pr0n). Prima di riversarvi un po’ di merda addosso, ma per questo ci sarà un altro post.

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Panni sporchi

E ti trovi con gli stessi stracci in mano, un vestito mai cucito, anche se la stoffa sembrava buona e il modello pareva proprio adatto al tuo corpo. L’ago e il filo li hanno portati via, i negozi sono chiusi per uno sciopero generale cui non stai partecipando, perché non te la sei sentita.

La metropoli ti guarda, ti ferisce e ti aliena, e il treno ha un’unica destinazione: Rebibbia. Ogni mattina come se fosse solo andata.

Immagine da Valerio Volpi.

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Un fantasma si aggira per i centri commerciali

[Sotto: link all’ennesima repressione, con annesse iniziative in merito]

Siete in un supermercato, in un centro commerciale, in un negozio di elettrodomestici.

Con fare mellifluo, sorridente, vi si avvicina una giovane o meno giovane donna, ben vestita, che richiama la vostra attenzione. Dapprincipio, avete quasi piacere in questo approccio, senza rendervi conto che intorno a voi alcune persone, accortesi di costei, fuggono rapide come il vento, si arrampicano sugli scaffali per sfuggire al suo sorriso, fingono di parlare al cellulare.

Ma chi è la giovane donna che cerca l’approccio? Perché è così  formalmente abbigliata?

La promoter, non troppo nuova figura del precariato metropolitano ed extrametrapolitano, il cui humus vitale è il supermercato, il centro commerciale, volendo, anche la cattedrale nel deserto.

Stanca, in piedi da alcune ore, costretta a sorridere di default, intimorita dalla presenza costante di controlli da parte di (nell’ordine): direttori del punto vendita in cui si trova, agenzie e clienti delle agenzie stesse (per interderci, quelli il cui prodotto deve essere venduto). Tutti si fingono simpatici, carini, affabili, ma nessuno lo è. L’abito non fa il monaco e il fastidioso accento milanese, da imprenditoria mal riuscita, mostrano la frustrazione di chi lavora per agenzie o come ultima ruota del carro di grandi aziende. La promoter lo sa, li teme per questo e vive dei suoi 5,50 euro l’ora nell’ottica di non essere più richiamata qualora la scoprissero intenta a flirtare, fumare, bere caffè, trovare agio seduta nella stanza dei dipendenti. Non essere più richiamata potrebbe essere anche utile, se la promoter fosse una studentessa universitaria di scarse prospettive. Non sarebbe altrettanto piacevole, qualora fosse una donna di mezza età, intenta a vendere latticini, il cui fine ultimo è quadrare il cerchio con lo stipendio o la pensione che già si ottiene, ma che non basta a pagare affitto, mandare la figliola all’università e comprare il motorino al figlio maschio che ormai è una necessità almeno almeno per salvare le orecchie.

Tornando a voi, se la signorina ha sbattuto abbastanza le ciglia, avete già comprato il prodotto. Perché la promoter fa leva su quel general intellect che ci riguarda tutte e tutti, e così riuscirebbe a vendervi anche un viaggio su Marte nel 2020. La promoter è l’essenza stessa del precariato cognitivo, della messa a lavoro della politica e dell’improduttività del lavoro. Il marchio non conta più nulla, contano solo le relazioni.

Mentre qualche promoter lavorava in qualche centro commerciale, uguale ovunque si trovi, senza problemi di latitudine e longitudine, a Brescia la repressione si abbatteva ancora una volta su migranti e attiviste, solidali e mediattivisti.

Per questo siete tutti caldamente invitate a leggere la cronaca di ieri, a incazzarvi un po’ per le cariche e a portare solidarietà dove vi sia più comodo. La solidarietà è un’arma, che non riporterà in Italia le 12 persone espulse, ma che magari potrà qualcosa per altri futuri.

[Io però sulla gru non ci vado, perché soffro di vertigini!]

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Comunicare significa condividere

Dopo la notizia di una manifestazione a Napoli andata per il meglio (nonostante le catastrofi annunciate), nuove notizie di repressioni, su una delle libertà, quella di comunicazione, che è stata tra le prime rivendicate e forse più importanti. Comunicare significa condividere.

Comunicato di Autistici/Inventati in merito:

È la logica di chi non sa bene che pesci pigliare. Nel dubbio spara nel mucchio, capace che prenderai anche il tuo bersaglio. O quella dei rastrellamenti per cui si buttano all’aria intere strade per cercare magari qualcosa che non c’è. La polizia (postale) italiana ha la brutta abitudine di frugare nei dati di centinaia, migliaia di persone anche solo per trovare un e-mail. È successo di nuovo al server che A/I ha in Norvegia: i dischi sono stati clonati per intero per una indagine di cui non ci hanno ancora detto nulla. Anche se non siamo direttamente coinvolti in una eventuale inchiesta resta il fatto che i dati dei nostri utenti (nella maggior parte dei casi crittati) sono comunque stati acquisiti da qualcuno che al massimo aveva il mandato per cercare una specifica cosa.
Ma è la logica del colpirne cento per “educarne” uno: intanto mi prendo tutti i dati e poi, quando non trovo quello che cercavo, arrivederci e grazie. Quando queste cose accadono in Cina o in Iran immediatamente si mobilitano schiere di eroi della riservatezza a tuonare contro il “regime” di turno che spia i propri cittadini. Nel caso accada sotto il loro naso si distraggono magari perché stanno pensando ai riti tribali che si svolgono ai piani alti di questo paese. Davanti a episodi del genere occorre reagire in fretta e in tanti, sia imparando a proteggere la riservatezza dei nostri dati, sia protestando contro la sorveglianza elettronica che avanza, con tentativi più o meno goffi ma comunque arbitrari e repressivi.

È anche interessante far notare come non ci fosse assolutamente necessità di realizzare questa operazione: ogni volta che ci sono stati chiesti log o informazioni, abbiamo sempre risposto; non è colpa nostra se le informazioni che cercano non le abbiamo o gli sono inutili. Al massimo lo consideriamo un merito. Come consideriamo un merito che nel giro di 24 ore il Piano R* ci abbia permesso di rimettere in piedi tutti i servizi abbattuti dal raid: da ormai 5 anni diciamo a tutti i nostri utenti che il nostro obiettivo è impedire che ciò che offriamo venga distrutto, mentre abbiamo da tempo capito e cercato di sensibilizzare tutti sul fatto che gli unici depositari della riservatezza siete voi, la vostra intelligenza in quello che scrivete e leggete, la vostra accortezza nel non delegare a nessuno questo aspetto della vostra vita. I nostri dischi (tranne gli archivi delle liste) erano crittati, ma con il clone del disco e un po’ di tempo nessun sistema di crittazione è indcifrabile. Per cui non cullatevi in un falso senso di sicurezza.

Sostenete la battaglia che intraprenderemo come già abbiamo fatto ai tempi del primo crackdown contro A/I, diffondete quello che vi racconteremo, combattete contro ogni forma di limitazione della vostra libertà di comunicare. Al contrario della polizia noi vogliamo educarne cento per colpirne uno, quel genio che nella polizia postale ha pensato che copiare i dati di 2000 persone fosse una buona idea per ottenere un pugno di mosche.

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Sull’apparire e sulla monnezza

Che poi non c’entrerebbe niente l’apparire con la monnezza, se non fosse che sta succedendo il finimondo, ma qui ancora si sta a pensare a creare il mostro “zio necrofilo-assassino”, per farci dimenticare che nel napoletano la popolazione civile sta facendo il panico sulla questione rifiuti, (e anche che la violenza sulle donne è un fenomeno diffuso a tutta la popolazione, senza distinzioni di razza, lingua o religione, per quanto poi alcune strutture possano fomentarla – ad esempio l’opposizione al divorzio della chiesa una santa cattolica apostolica e tutte quelle menate lì – ma questo è un altro capitolo). Un giorno lo zio necrofilo, un giorno Berlusconi e le sue boutade, per par condicio, ovviamente, ma insomma, della resistenza della società civile meno si parla meglio è. Chiaramente questo fa parte di un disegno di appiattimento del conflitto eccetera eccetera che non racconterò io, ma che è comunque palese. Avete voluto votare la persona che controlla tutti i media in Italia, ora vi beccate “Ruby” e le sue storie di scarceramento. Noi intanto si fa i conti con una repressione sempre più diffusa e capillare, che passa attraverso tutti i canali e che ora colpisce proprio Terzigno.

Qui trovate tutte le informazioni del caso.

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In realtà dopo questo parziale lavaggio di coscienza, volevo solo fare una piccola, minuscola riflessione sull’apparire.

C’è stato un tempo in cui sono stata una bambina cicciottella e bistrattata, per tal motivo. C’è stato un tempo, in cui non avevo ancora dato il primo bacio e mi pesava molto.

In età avanzata sono uscita fuori dal mio vestito di ciccia infantile, mi sono messa “a posto” (nel senso che dicono gli altri, non che dicevo io), anche se continuavo a mangiare male, ad alternare i digiuni da 1000 kcal al giorno, ad abboffate tremende, in cui potevo anche mangiare il pan grattato se proprio andava male, o avevo finito tutto. Magari aprendo una lattina di tonno.

Mi sono messa a posto, e ho iniziato a ritagliarmi un ruolo sociale, quello in direzione ostinata e contraria, della kefiah, della felpa (che ora mi fa sorridere, ci sia potuta andare in giro) con la a cerchiata addosso (ma in realtà era solo l’iniziale del mio nome! urlavo al custode di scuola quando mi diceva qualcosa in merito, che poi mi voleva bene quel custode, anche se non so perché), con le assemblee, i cortei. Mostrando una radicalità che non sono mai riuscita ad assumere totalmente, perché bene o male, non sono una radicale “seria”, o perché i miei genitori, avendo perso un amico e compagno in anni (forse) più pesanti, mi hanno forgiata come un’individua con il sacro terrore della piazza. Il che poi non è che non mi crei problemi, questa pavidità che è morsi della coscienza.

Forse nemmeno la mostravo la radicalità, la percepivano gli altri, quelli che di assemblee non ne avevano mai fatta una. Perché mi davano della “superattivista”.

Detto fatto, mi costruii questo personaggio, o forse sono solo cresciuta come persona, diventai più carina, diedi il primo bacio. Che mi sembrò di passare la lingua su un posacenere, a pulirlo, ma questo è un altro discorso.

Poco dopo iniziai ad avere rapporti più intensi, ma mai emozionalmente soddisfacenti, il che è un retaggio che mi porto anche ora.

Continuavo, comunque, a voler sparire, appiattirmi, diventare una parete, magra quasi come se fossi trasparente. Qualsiasi tipo di corporeità, anche oggi, mi fa sentire grossa e goffa, instabile, come se fossi un elefante in una cristalleria. Solo che all’elefante non importa molto dei cristalli, ma a me importava. Volevo piacere, ma mi sembrava, anche quando guardandomi negli occhi mi dicevano che ero “bella”, che fossi soltanto una elefantessa miope. Mi sono vestita di sacchi di colori neutri (non il bianco) per anni. Mi sono sfigurata, pur di diventare quella cazzo di parete, cui volevo appartenere.

Anche oggi, a volte, mi pare di stare bene solo quando sto a letto con qualcuno, come se fosse quello a far sentire apprezzate, come se fosse la naturale controprova dell’apparire. Mi piaci, ti scopo. Il problema è che poi le scopate durano poco, ti risvegli con odori che non conosci, che ti piacciono, ma che non incontrerai mai più. O magari una volta, per non ripetersi.

Ma c’è un ma. Oggi, anche se mi sento un’elefantessa a pois, o rosa, riesco ad uscire di casa vestita quasi da pin up, con un tubino a pallini anni ’50, o completamente rosa e anni ’80. Oggi non ho più nessuna intenzione di diventare una parete.

E qualche tempo fa una mia amica mi ha proposto: dai facciamo due scatti, magari anche per una mostra, magari nude. E io ho detto sì. Non l’avrei mai pensato. E la cosa assurda è che stare sotto i faretti, con il cervello cotto al calore della luce, e i pensieri che andavano da un’altra parte, mentre il suo compagno ci fotografava, e magari si eccitava, a me piaceva. Mi piaceva essere vista. Mi piace apparire, e mi sembra quasi una liberazione.

Certo, le calorie me le sono contate pure oggi.

Certo, magari rimpiangerò ancora un amore lontano e non corrisposto. Due anni non bastano a dimenticare un emerito cazzo, quando si ha a che fare con persone belle, storie irrisolte e distanze mal definite e che ancora sto prendendo, metro alla mano.

Certo, ogni tanto mi vesto come mi viene, e vengo guardata, e mi muovo proprio come quell’elefante che schiaccia cristalli. Magari dò una ginocchiata, un’ancata, una testata, o una spallata a qualcosa che non ti saresti aspettata.

Certo, mi guardo allo specchio e penso che devo dimagrire. Ma poi per chi o per che? Però lo faccio e mia dea, sono 4 anni che faccio riflessioni in un collettivo femminista, che non prescindono l’aspetto fisico. E pensare che nemmeno guardo la tivù.

Però dai, sono migliorata, forse cresciuta? Non saprei, forse non mi importa nemmeno troppo. Ho ancora un anno a disposizione di postadolescenza prima di dover fare i conti con il mondo adulto, l’affitto da pagare, il lavoro da cercare. Per ora mi dedico alle morte carte, che a volte sono tenere quasi come se fossero vive.

E vivo io, vivo, avrei preferito di no, ma m’hanno buttata in mezzo, a ‘sto punto si gioca.

[con punte di sensi di colpa per aver disertato cose da fare, ma il movimento a volte può aspettare]

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Polpette di riso 2.0 e biscotti degli avanzi…

Allora, intanto si inizi col piatto unico, polpette di riso in salsa di carote.

50 g di riso

3 carote

1 spicchio d’aglio

prezzemolo

1 uovo

pan grattato

olio

pepe

noce moscata

peperoncino

Ho messo a bollire in acqua salata il riso, le carote e lo spicchio d’aglio, poi ho scolato il riso e continuato a cuocere le carote e l’aglio, fin quando non sono diventati una poltiglia piuttosto cremosa (ci si può aggiungere anche del latte) e ho aggiunto un po’ d’olio (in parte aromatizzato al peperoncino).

Nel frattempo ho unito il riso, dopo averlo fatto un po’ freddare all’uovo, al prezzemolo tritato, a un po’ di sale, noce moscata e pepe, e pan grattato (quanto basta a dare la consistenza alle polpette). In una teglia oliata si possono mettere in forno, per poi magari dare una ripassata in padella (sono abbastanza compatte da non incorrere nel pericolo di frantumarsi).

Molto semplice e veloce (soprattutto se il forno era preriscaldato), sono un ottimo piatto servite sulla crema di carote, cui si può aggiungere anche del parmigiano.

I biscotti invece erano necessari per smaltire dei corn flakes in scadenza…La ricetta molto buona l’ho presa qui. Sono venuti un po’ troppo burrosi, ma comunque molto buoni, d’altra parte a un sito che si chiama “muccasbronza” non potevo non dare credito (se fosse solo meno rosa confetto!).

L’immagine è di una sit-com degli anni ’50, in Italia “Lucy ed io”.

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Filosofie di vita

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Essere femmina

Nasci femmina, cioé creatura produttiva, creatura allattante, generante, almeno etimologicamente parlando.

Nasci femmina e ti scopri, nuda, fragile, vulnerabile. La tua capacità produttiva è rivolta all’interno, morbida, spugnosa, calda. Può avvolgere un dito, un pene, una mano, cercare di essere violata. Però il piacere è lì fuori, pronto all’autoproduzione, a incontrare il primo spigolo.

Ed è qualcosa di fragile, la tua cavità, è una cavità che può essere ferita. Ogni porta con l’esterno è di difficile gestione: mangi troppo, o troppo poco. Ti fai riempire di piacere, ti riempono causandoti dispiacere. La prima volta fa male, invasione inutile, che si interrompe quando stava iniziando ad essere piacevole, e troppo lunga nella parte del dolore.

Essere femmina è piangere pensando di essere un corpo che può essere invaso, senza pensare che ogni corpo può essere invaso. Ti penetrano nelle orecchie parole violente, ti entra nella bocca il cibo plastificato dalle multinazionali, da metafora a pratica, si cerca di entrarti in culo.

Essere femmina è capire che deturnare i significati non basta, ma è divertente assumere ruoli diversi, stare per un volta sopra, per una volta dietro. Tu zitto, lì davanti, o parla solo per dire parole di piacere.

Essere femmina è odiare il tuo corpo, quando comincia a sanguinare. Essere femmina è cominciare a guardare con affetto a quella regolarità, il timore della sua interruzione, i test di gravidanza, la possibilità concreta di generare. Fagioli che crescono ineluttabilmente nel corpo delle tue amiche, dai quali ineluttabilmente si separeranno, per diventare persone, che chissà come saranno.

Essere femmina è chiedersi se si è codarde a stare ferme mentre i tuoi amici vengono picchiati da fascisti. Essere femmina è stare ferme e chiedersi se forse sia anche un po’ dovuto a quello che ti dicono di fare (deviesserebellamagrazittaofrivolaneidiscorsinonpuoifareabottezeroviolenza).

Lamentarsi, pensare però a chi è voluta scendere “nel sottoscala della società”, partendo da una condizione maschile per approdare a quella femminile. Le sofferenze della trasformazione fisica come scelta, cercare di apparire tanto più simili a quanto si vuol essere.

Essere femmina vuol dire che ti insegnano a sedurre, ad affascinare. E la cosa più importante è ricordarsi sempre che seduzione e sedizione hanno la stessa radice, che affascinare significa complottare.

Voglio che sia il complotto migliore che abbiamo mai immaginato, voglio cospirare, condividere, essere comunità.

Le rare volte in cui capita, lì è l’orgasmo (che vuol dire movimento), lì è l’orgia (che è solo un modo di fare, di procedere, di camminare, di eccitarsi).

[sì le etimologie mi piacciono assai]

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Carosello

…è diventato un porno?

“Quella dei nostri prodotti è una pubblicità che sa farsi notare e ricordare, grazie a messaggi sempre originali e coinvolgenti emotivamente.”


Forse a volte ci si dovrebbe interrogare sul proprio lavoro. Al di là del razzismo che gioca sulla formula “piacere nero”, infatti, è evidente che qui qualcuno ha sbagliato mestiere. Ma perché non vi date direttamente al porno?

[pubblicità da: http://www.zicaffe.com]

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Autunno

a.a.a. cercasi corpo caldo con il quale scaldarsi quest’inverno.

Dopo il calore dei faretti sul corpo, che scaldano fuori e uccidono la passione dentro, aver scoperto quanto è difficile e figo posare, relazionandosi con un corpo di fronte, mentre una voce fuori campo, da dietro un obiettivo, dà indicazioni come fosse un ex machina lontano.

Ho voglia di calore interno, bruciare a fuoco lento, come se fossi un pollo sullo spiedo. Un po’ polla lo sono sempre stata.

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